Quattro colpi di Stato in un anno

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Burkina Faso, 24 gennaio 2022 – riuscito. Guinea, 5 settembre 2021 – riuscito. Mali, 24 maggio 2021 – riuscito. Quella dei golpe militari nell’Africa occidentale è una lista che continua ad allungarsi, recentemente a un ritmo mai visto fin dai tempi della guerra fredda. Nel corso del 2021 ce ne sono stati quattro, e con il 2022 siamo già a due. La domanda da farsi è cosa rende la zona così propensa alla presa di potere da parte dei militari, e questa sarebbe proprio la domanda giusta. 

Le motivazioni sono molteplici, alcune interne e alcune esterne. Quelle interne sono forse le più semplici e di immediata comprensione: la situazione attuale di praticamente tutte le nazioni africane (specialmente nell’ovest del continente) non sono certo rosee in termini di risorse e possibilità. E questo porta alla creazione di terreno molto fertile per un discontento popolare che spesso non trova modo di esprimersi se non tramite il sostegno per gli eserciti locali – spesso percepiti come l’unica forza davvero al servizio del paese. 

Ma dalla nostra prospettiva, questo non ha senso. In molti ricorderanno ancora le sanguinarie e folli dittature africane della guerra fredda, da Idi Amin a Bokassa passando per Macìas Nguema. Dopo simili esperienze, non dovrebbe esserci una corsa alla democrazia come nei paesi dell’ex patto di Varsavia? Beh, no, perché mancano molti ingredienti. 

In primo luogo, le democrazie africane spesso operano senza alcuni dei principali capisaldi di una democrazia; un esempio è la mancanza di partecipazione informata dovuta ai limiti nel trasmettere informazioni utili attraverso territori vasti e poveri di infrastruttura. Uno studio di Bernard Ugochukwu, del dipartimento di scienze politiche dell’università di Hamilton (NZ) sottolinea anche tendenze relative al tribalismo della politica democratica e alla ereditarietà del potere in contesti simili.

Un secondo motivo di sfiducia per il modello democratico-neoliberale adottato da molte nazioni africane (o a loro imposto) è che esso ha largamente fallito nel mantenere la sua promessa di libertà e autonomia. Soprattutto nell’africa orientale, l’influenza delle ex-potenze coloniali (in questo caso soprattutto la Francia) non è mai del tutto sparita: se prima la terra era un diretto possedimento dello stato francese, ora l’influenza economica viene esercitata tramite plutocrati che acquisiscono porti, miniere, infrastrutture e quant’altro. Non è un caso che la maggior parte dei colpi di stato africani tra il 1958 e il 2022 siano avvenuti in ex colonie francesi; Come disse il presidente Chirac nel 2008, “senza l’Africa, la Francia si vedrebbe scivolare tra le potenze di terzo ordine”. 

Ma incolpare solo la Francia, per quanto mi piaccia parlarne male, sarebbe riduttivo. Assimi Goita, leader di entrambi i recenti colpi di stato in Mali (2021 e 2019) avrebbe ricevuto addestramento da agenti americani, e anche la Russia è più connessa alla vicenda di quanto non voglia far credere. 

La realtà è che si tratta di paesi vulnerabili, dove le risorse necessarie per prendere il potere sono minime – del tutto insufficienti se applicate alla scala di un paese europeo ad esempio. Il perfetto scacchiere politico, dove anche paesi che non sono certo superpotenze (ancora, come la Francia) possono allestire colpi di stato in sordina e con pochi investimenti. 

Quindi l’Africa è condannata all’instabilità politica? Fortunatamente, la situazione sembra lentamente migliorare. L’Unione Africana, molto simile a quella europea, inizia ad avere sempre più sostegno e legittimità; infatti, nel febbraio 2020 ha approvato il suo primo schieramento di truppe internazionali nel Sahel maliano. Vi sono inoltre altri progetti volti a creare stabilità nel continente, come la Federazione dell’africa orientale, una pianificata unione tra Burundi, Kenya, Ruanda, Sudan del Sud, Tanzania e Uganda già approvata dai rispettivi governi. Un lume di speranza c’è, ma la strada è ancora lunga – e le tribolazioni del continente nero non sono certo finite. 

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