Remo Rapino e le sue cronache di “Scarciafratta”

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Uno dei più grandi scrittori italiani viventi? Remo Rapino. Con le sue «Cronache dalle terre di Scarciafratta», edito da Minimum fax, offre al lettore uno sguardo originale e imperdibile. Con una scrittura semplicemente unica.

Avevamo conosciuto e stimato Remo Rapino con «Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio» (ed. Minimum fax): personaggio incomparabile ed entusiasmante (leggi qui). Un romanzo assai apprezzato: quasi finalista allo Strega (tolto dalla cinquina all’ultimo minuto per lasciare spazio a …, lasciamo perdere, quando entrano in gioco le Grandi Case editrici si sa come vanno le cose) e poi premiato dal Campiello. Si era nel 2020. Quella di Bonfiglio Liborio era una storia legata ad un personaggio preciso, speciale. 

Ora, e lo dice il titolo, Rapino affronta un argomento ben più impegnativo: non più un singolo eroe ma un intero paese: Scarciafratta. Diciamolo subito, una meraviglia. Una Macondo dispersa in mezzo agli Abruzzi, o almeno così piace allo scrittore immaginarla. Una comunità di fantasmi, improbabili eppur attendibili, portatori di una lirica tenacemente ancorata al quotidiano, apparentemente strampalata ma assolutamente vera. Certo, anche qui c’è un centro di gravità, un protagonista: Mengo Ruscitti, quello che non ha mai abbandonato la Rocca di Scarciafratta, e anche quando il paesello è rimasto senza abitanti lui non si è mosso, imperterrito e preso dai suoi sogni e dalle sue storie. Uno «sprecatempo» che parla e ascolta i morti, meglio quando si va sulle favole perché «aiutano a sopportare il peso delle nuvole». Un ultimo dei moicani che sente le voci di questa sua Spoon River, e rivede, citiamo a caso perché è difficilissimo scegliere, tanti compagni di strada che per qualche momento hanno condiviso con lui istanti di vita. «Capo penzoloni, la mente ingarbugliata e la lingua che buttava fuori parole senza posa» Mengo coltiva due passioni, «una per le persone che andavano via, l’altra per le pietre che morivano» (ndr: perché diventate macerie, abbandono, fuga o morte).

Rivede il postino Sparafucile («portalettere irregolare, abusivo banditore se capitava, stava al mondo solo per portare inquietudini e incazzature alla gente, donne e uomini per lui pari erano»), Pinuccio Pizzacalla («perso per altre vie del mondo, ogni tanto una cartolina, Svizzera, Francia, Germania, Belgio, un paese con un nome che faceva quasi tenerezza, Marcinelle»), e Mingone Pietro, il mastroramaio segretario del Partito comunista, prima tessera di Scarciafratta e dintorni nel 1921, che ha riconsegnato armi e bagagli perché umiliato dalla figlia scappata con il prete, e («lo Spagnolo») e i fratelli Ceccomancini, Teodosia e Antoniuccio,  («Basta che qualcuno ci saluta oppure ci dà un qualche soldo, ma anche se ci fa solo un Come va, ecco ci basta per essere felici») e Artemisio Bonaluce, e … . Storie di ieri, storie che affascinano ancora oggi. A Mengo il compito-piacere malinconico di raccontarle, magari inventandole di nuovo, indifferente alle correnti contrarie: «mi dicono che è come parlare al vento, ma mica è roba da poco parlare al vento, ché il vento va dappertutto». 

Con una scrittura in sospeso tra Fabrizio De André e Pier Paolo Pasolini, dialetto e quotidianità senza escludere la magia. Lo diciamo per rendere l’dea perché poi, alla fin fine, il suo stile è unico. Ci verrebbe quasi l’etichetta «geniale». A suffragare qui bastano i suoi ringraziamenti finali, che lui titola con un eloquente: La mia gratitudine. Citiamo:

Al guasto improvviso del motore di una Fiat Uno che mi ha fatto conoscere, molti anni fa, un paese disperso dell’entroterra abruzzese.

Ai luoghi che scopriamo per caso e a quelli che ci attirano solo per il loro nome.

Alle quattro persone incontrate in quel paese e di cui non ho mai saputo i nomi.

A Giuseppe Rosato, che ha fatto luce sulle oscurità dei termini dialettali.

Agli amici speciali dal Bar Piccadilly che raccontano storie e bugie allo stesso modo, senza mai cambiare espressione.

Ai miei fantastici nipoti Milo e Olivia che credono che dopo il Campiello io sia costretto a comprare e mangiare solo gli omonimi biscotti.

A mia madre che, libera dalla memoria, a 92 anni legge sempre il mio primo libro, perché dimentica ogni volta, le prime pagine, forse sperando che sia l’ultimo.

Straordinari, non vi è altro da aggiungere. Ed è un auto-resoconto-recensione perfetto. Le «Cronache dalle terre di Scarciafratta» sono questo. Una festa per gli occhi, il cuore e l’udito, con tutti quei suoni vaganti a comporre un’armonia unica. E all’ultima pagina, dopo l’elenco dei personaggi (ivi compresi il terremoto di aprile, la luna, l’unica che abbiamo, una bandiera rossa del 1921 … per non tacere delle Visioni del Mengo) ed un glossario minimo, al lettore viene una gran voglia di rileggere.

«Cronache dalle terre di Scarciafratta», 2021, di REMO RAPINO, ed. Minimum fax, 2021, pag. 195, Euro 17,00.

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