Riparazione o morte

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La vera rivoluzione, la nuova frontiera della battaglia di civiltà che molti governi stanno cercando di combattere, opponendosi ai colossi del mondo digitale e alle aziende di elettrodomestici, è quello della riparazione. Non funziona più? Si è rotto? Invece di buttarlo lo aggiustiamo. È ormai dagli anni Cinquanta del secolo scorso che associazioni dei consumatori e ambientalisti si battono per il cosiddetto right to repair, “il diritto alla riparazione” senza che i produttori limitino l’accesso ai pezzi di ricambio oppure si mettano di traverso ostacolando le riparazioni fai-da-te.

Infatti, in nome del profitto, le aziende hanno sempre frenato su quest’argomento. O peggio si sono impegnate a fare in modo che la riparazione non fosse possibile. Per esempio facendo sì che i propri prodotti, dopo un po’, risultassero talmente superati da renderne inutile la riparazione. Accanto a tutto ciò c’è poi il fenomeno dell’obsolescenza programmata. In pratica si tratta della progettazione di oggetti fatti apposta per rompersi dopo un determinato intervallo di tempo, con un ciclo vitale limitato. 

Emblematico rimane il caso dei collant prodotti negli anni Trenta dall’azienda chimica statunitense DuPont a cui si deve la creazione del nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente che fu utilizzata per creare calze da donna in grado si smagliarsi molto meno delle altre. Ma poiché la durata di queste calze fu ritenuta eccessiva e dannosa per gli affari della DuPont, l’azienda incaricò i propri tecnici di indebolire la fibra che avevano creato. Più calze rotte, più guadagni.

Inoltre, un altro bell’esempio, è quello del fare apparire a tutti noi come vecchio un nostro recente acquisto, portandoci così a desiderare di lì a poco il modello successivo e più recente. È il caso dei telefonini i cui modelli s’inseguono con una frenesia che non ha pari. Dalla sera alla mattina ti ritrovi con un aggeggio che è invecchiato. E se nella malaugurata ipotesi si dovesse rompere pure, il commesso di un qualsiasi negozio di telefonia (a me personalmente è capitato con un ragazzotto, tanto aitante quanto antipatico, in forze alla Swisscom) vi sconsiglierà di ripararlo ma casomai di comprarne subito uno nuovissimo.

Eppure oggi, la nuova frontiera della battaglia di civiltà contro i colossi del digitale (ma non solo), è proprio quella del riparare invece che buttare. Con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden tra i sui maggiori sostenitori. Sull’argomento Biden ha dichiarato che “in troppi settori, se possiedi un prodotto, che sia uno smartphone o un trattore, non hai la possibilità di scegliere come o dove riparare il prodotto che hai acquistato. Quando qualcosa si rompe sei costretto a rivolgerti a un rivenditore e pagare il loro prezzo. Se provi a ripararlo da solo, alcuni produttori ti annullano la garanzia”. Condizioni che la politica sembra finalmente non voler più accettare. Ecco spiegato perché anche l’Europa ha intenzione di obbligare i produttori a garantire la riparazione per almeno dieci anni. La rivoluzione è appena cominciata. 

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