San Valentino e “le Baiser” di Doisneau

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Dal 5 marzo al 22 maggio il centro Saint-Benin di Aosta ospiterà la mostra “Robert Doisneau” , una suggestiva retrospettiva dedicata al fotografo francese autore dell’iconico “Le Baiser de L’Hòtel de Ville” , un incantato bozzetto fissato dall’obbiettivo nel 1950 , tempo di una irrequieta stirpe di artisti che seppero tradurre la grammatica del costume sociale dentro una empatica vibrazione umanista.

Il paziente e attento Doisneau, conosciuto anche come ” Il pescatore di immagini”, appartiene alla casta dei maghi che preparano esche per cogliere il fremito dell’attimo che abbocca senza preavviso , immutabilmente concentrati sulla sponda alla ricerca di un miscroscopico racconto che renda il senso della meraviglia della normalità dentro la infinità delle vicende minime.

Nel celebratissimo “Bacio”, l’immagine consegnata alla storia rappresenta la frazione romantica di una tenera coppia che si abbandona al gioco delle labbra: sono due corpi e ancor di più due anime belle quelle sorprese nella complicità di una Parigi ancora sbadigliante.

E gli innamorati restano scolpiti nella intrepidezza di un caldo battito sospeso fra la gente , apparentemente distratta e assorta nella mappatura delle giornaliere incombenze.

E che poi i protagonisti della irripetibile foto fossero in posa e non sorpresi in un agguato ispirato dalle congiunzioni astrali non mi pare così fondamentale, poiché il risultato della situazione si fissa nella celebrazione del messaggio della felicità che si scatena.

Critici zavorrati dalla pignoleria e detrattori largamente invidiosi hanno per settanta anni disseminato il tarlo della artificiosità e della maliziosa sceneggiatura.

Ma resta intatta quella sorta di tatuato verismo che ha permesso all’occhio di Robert di insinuarsi nelle pieghe di un approccio magistralmente misurato nel guado che collega la ondivaga verità alla fatata bugia.

In una Parigi ancora ulcerata dalle cicatrici della guerra, Doisneau ama annotare : “Il mondo che cercavo di far vedere era un mondo dove stavo bene, dove la gente era gentile e dove trovavo la tenerezza di cui avevo bisogno. Le mie fotografie volevano dimostrare che un mondo del genere poteva esistere”.

Umanista ma anche raffinato terapeuta – filosofo, ” Il pescatore di immagini” pone al centro del suo universo le persone comuni, tratteggiate nella nuova visione del dopo Occupazione che restituisce l’enorme credito di aneliti poetici e pittoreschi.

E il cicalare dei “clic” esprime una fame di assoluta condivisione, vagabonda fra la classe operaia e la borghesia piccola piccola, innocentemente spiata nel canovaccio di una raffigurazione partecipe e sensibile, mai sciocca o scontata, dentro la costante percezione di un velato pessimismo che non nasconde una certa virtuosa malevolenza nei confronti dei manovratori del potere.

Doisneau attraversa le praterie del suo illimitato territorio, rimanendo a volte fermo là dove “non c’era niente da vedere”

E quella sosta non risulta mai infruttuosa poiché anche il vuoto, se ben perlustrato, si può riempire della quotidiana magnificenza , nel guizzo di un’estasi.

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