Senatori, chi ha rubato il mio cappotto?

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Una storia di ordinaria miseria giunge dalla sala di Montecitorio: durante le recenti fibrillate votazioni per la presidenza della repubblica- animate da una classe politica ben povera di classe- si è consumato lo sconvolgente giallo del cappotto rubato alla senatrice Cinzia Leone che dall’alto del suo blasone di parlamentare pentastellata ha affidato a un indignato post su Facebook tutta la sua oceanica frustrazione.

Il grido di dolore, lanciato così precocemente da fare supporre che alla “derubata” Leone prudesse la criniera sino al delirio, si è rapidamente sparso dentro la rivendicazione di un messaggio platealmente disallineato dal momento storico cui erano affidate le sorti dell’Italia:

“Provo profonda tristezza poiché pur comprendendo che era un cappotto di buona manifattura e un apprezzato brand L. Spagnoli, quel qualcuno lo ha rubato”.

La profonda tristezza la prova soprattutto chi scrive, davanti a un lessico sconnesso e zoppicante che , accorpato alla pochezza e alla miserevole dimensione intellettuale della apocalittica Cinzia politica, sprona a un commento che impone la  presa di coscienza di una grave patologia da indegnità pubblica e sociale.

Mi sconvolge, dentro il mare della vergogna, quel dolente riferimento al brand: volete mettere la fondamentale importanza di un indumento di pregevole fattura e di marchio riconosciuto a livello mondiale?

“Al che iniziai a controllare nei vari divani ma niente. Impensabile in un ambiente frequentato da senatori, deputati, commessi, giornalisti“.

E mentre la scippata Leone vagola ruggendo nella foresta delle sottopoltrone, lievita lo scandalo del giorno e chissenefrega del Presidente della Repubblica, della delicatezza del momento e della rilevanza di un mandato che imporrebbe la perseverante applicazione della sana serietà.

L’epilogo del giallo, che giallino era, racchiude sfumature fra l’esilarante e l’inenarrabile. Il prezioso indumento è stato ritrovato, secondo quanto riferisce l’Adnkronos, un poco spiegazzato e un poco sbottonato dietro uno dei divanetti del Transatlantico.

Insomma, per farla breve, il soprabito gallonato era presumibilmente scivolato dalle morbidose onde dei  cuscini di Montecitorio, inabissandosi nel fondale dell’augusto pavimento.

Tanto baccano per nulla, con un finalone da commedia dell’arte sfatta. L’esponente grillina ha deciso di non scusarsi con l’amministrazione della Camera.

Ci mancherebbe, lei è ancora adombrata poiché un filino di diffidenza la anima tuttora, e le frulla nel profondo della delicata anima la tentazione di presentare una bella proposta per un disegno legge sull’evaporazione del vestiario.

Oddio, non proprio un disegno, uno schizzetto, forse un mezzo scarabocchio, un abbozzo abortito, un appuntino motivato da un ruspante disappunto.

E ora torno a rileggermi quel capolavoro di Gogol ambientato nel mondo dell’amministrazione burocratica dove un perseguitato e mortificato Akakij Akakievic, impiegato di infimo rango, vive il piombato problema dell’acquisto di un nuovo cappotto.

E quando il tapino conquista il sogno, le deserte e buie vie di Pietroburgo lo inghiottono, presentandogli lo sventurato incontro con i ladri che lo privano del paltò.

Akakij tornerà a casa con tutta la sua disperazione, si ficcherà nel letto e morirà nel giro di qualche ora, di polmonite o di crepacuore poco importa.

Consiglierei alla  ruggente Leone di sfogliare “Il cappotto”, crogiolandosi in un episodico momento di erudizione. A meno che il volume non le sia nel frattempo cascato dietro il bidet, che leggere in bagno è una meraviglia ma anche un colossale rischio. 

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