Si può ancora rubare per fame?

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Rubare per fame è una cosa che noi svizzeri releghiamo all’Inghilterra di Dickens, o a paesi molto meno fortunati del nostro. Ma a volte capita, come a Trapani.

Certo, Trapani non è Zurigo. Ci piace sempre pensare che nel nostro ricco Paese certe cose non capitino. Eppure i margini del foglio, quelli più esterni, sono pieni di note rosse. La scrittura scorre nera e veloce, ben ordinata dentro righe e quadretti. 

Poi ci sono le cose che non vanno, gli errori, che vengono segnati sulla superficie bianca, dove le righe non arrivano, come a dire che gli errori stanno fuori dalla società, che devono essere corretti. 

È quello che devono avere pensato i gestori del supermercato dove la signora Giovanna, 69 anni, aveva rubato un pezzo di pancetta e una mozzarella, è quello che deve aver pensato il pubblico ministero che ha proposto 4 mesi di reclusione e un processo (sì, si può andare a processo per un valore di 10 euro di merce).

Un lungo processo, durato due anni, e se sei incensurato e hai vissuto la tua umile vita senza incorrere mai nei rigori della legge, sono tanti. Sono anni di ansie e di vergogna. 

Magari la signora Giovanna mentiva. Possiamo pensarlo no? Magari era solo una ladruncola che spesso l’aveva fatta franca. Beh, può anche darsi, anche se il giudice l’ha pensata diversamente, visto che alla fine l’ha assolta.

Giovanna ha spiegato che non ce la faceva, e che ha rubato per mangiare. Il giudice ha creduto alla tesi della difesa, che ha sostenuto la tesi iniziale, e cioè che la signora Giovanna, pensionata di anni 69, ha sottratto quelle due derrate alimentari per fame. Perché forse la vergogna le imponeva di non chiedere aiuto e di risolvere in maniera fraudolenta il suo problema. Non conosciamo sufficientemente i fatti per dire come è andata realmente. 

Resta il fatto che forse, un accanimento del genere su una donna di quasi 70 anni poteva essere evitato, e la legge deve saper misurare e distinguere. Perché il furto è sempre furto, ma non si può mettere sullo stesso piano chi truffa un anziano rubandogli i risparmi e chi, per qualsiasi motivo, si frega 10 franchi di merce in una catena di supermercati che fattura miliardi.

È vero, nell’Inghilterra dickensiana che citavo sopra, era sufficiente un furto del genere per l’impiccagione o la colonia penale oltreoceano, le cose oggi sono cambiate. Ma forse non sono cambiate abbastanza, forse qualche passo, sia la legge che il pensiero della nostra società, così attaccata alla proprietà, deve ancora farlo.

E allora mi permetto di ricordare, oltre a Dickens, un altro grande scrittore suo contemporaneo, Victor Hugo. Ne “I miserabili”, forse la sua opera più conosciuta, fa vivere un avventura al “farabutto” Jean Valjean, che fa 5 anni di carcere per avere rubato un tozzo di pane per la sorella. 5 anni a cui se ne sommano altri 14 per tentativi di evasione.

All’uscita, Valjean, vagabondo e senza soldi, viene accolto da monsignor Myriel, pio uomo di chiesa. Valjan, che è in preda alla miseria, tradisce la fiducia di Miryel e ruba dei candelieri in chiesa per rivenderli. Riacciuffato dai gendarmi viene portato al cospetto di Myriel, che lo scagiona, raccontando alla legge che quei candelabri Valjean non li aveva rubati, ma glie li aveva regalati lui. 

Una storia triste e commovente, che ci fa capire che anche a quei tempi c’era chi faceva i distinguo, che percepiva la profonda ingiustizia di una società fatta di estremi poveri e disgustosi ricchi. Una società dove c’è chi viene già punito alla nascita, costretto inevitabilmente a rubare a una società di ingiusti per poter sopravvivere. Rubare mozzarelle come rubare attenzione e considerazione, per poter esistere senza vergogna. 

Ben venga dunque l’assoluzione di Giovanna, grazie a un giudice umano, che probabilmente si vergognava un po’ ad averla sul banco degli imputati.

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