Ti ricordi del “quartetto Razumovsky”?

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Consegnato poco prima di morire, l’ultimo romanzo di Paolo Maurensing colpisce per il suo sguardo nostalgico, nonostante temi … pesanti. I suoi.

La morte e la memoria, l’amore, la musica, il nazismo e l’omosessualità: sono temi forti quelli che propone Paolo Mauresing nel suo racconto di commiato. Lo scrittore goriziano, morto a Udine nel mese di maggio scorso, con «Il quartetto Razumovsky» torna ai temi che l’hanno reso famoso nelle sue opere «La variante di Lünenburg» (1993) e «Canone inverso» (1996). Romanzi potenti, meritatamente apprezzati da pubblico e critica.

Qui una voce narrante fa i conti con la propria esistenza, fatta di pagine splendenti ma anche di miserie intime. Lui, Mr. Flower (ma prima, nel suo paese natale, si chiamava Rudolf Vogel), è stato uno dei protagonisti di una memorabile esibizione al cospetto di Hitler, con il quartetto del titolo. Momenti di gloria e celebrità. Ora, attempato, si trova in uno sperduto stato dell’America del nord, luogo dove hanno trovato nascosto riparo parecchi tedeschi dopo la disfatta del Reich. Tant’è che in queste zone la comunità germanica è la più rappresentata. I casi della vita, in maniera del tutto improvvisa e inaspettata (sono passati decenni) fanno reincontrare il nostro protagonista con Max Brentano, il leader del quartetto che, dopo aver cambiato anche lui il nome, bazzica ancora il mondo musicale negli States. Immediata fra i due l’esigenza di ricomporre il gruppo e tornare a suonare. La ricerca degli altri due componenti riserva però una sorpresa: Victoria, la componente femminile, in pratica vegeta in una struttura specializzata per malati di alzheimer. 

La visita alla malcapitata provoca laceranti ferite e atroci scoperte, ricordi in grado di colpire al cuore ed immagini impossibili da cancellare, basti qui dire che che la voce narrante, ai tempi del Reich, era chiamato «Il Torturatore». Comunque seppur mutilati da una presenza i tre rimasti persistono e cullando l’idea di riproporsi al pubblico tornano a condividere spartiti e melodie. Non sarà più su di una scena sontuosa come nel 1932 ma in un umile oratorio di campagna, per causa benefica e con un pubblico probabilmente estraneo alla loro musica: cow boys con il cappello e stivali a punta… . Tutto fantastico, quasi una giovinezza ritrovata, solo che il rovescio della medaglia è fatto di storie irrisolte e passioni censurate. Che deflagrano, come l’omosessualità sempre nascosta dalla voce narrante che trova ora pertugio d’uscita e deve fare i conti con l’autocensura sempre praticata e più ancora con la realtà. Fatta di amore di Max per Victoria… . E sono altri conti con la memoria.

Non casualmente il romanzo, in tre atti, inizia con un’ammissione di colpa inequivocabile: «queste pagine, scritte di mio pugno, sono la confessione di un assassino». 

Ne ha le sembianze ma non è un giallo, «Il quartetto Razumovsky». Piuttosto un triste «confesso che ho vissuto», uno specchio che porta solo  vergogna. Un resoconto esistenziale in attesa del patibolo, cui è stato destinato alla fine del processo per omicidio. Ma quello che più colpisce, nel racconto di commiato di Paolo Mauresing, è lo sguardo. Malinconico, quasi intriso di nostalgia e di lucida disillusione. Un cercare di capire anche spietato, con la massima onestà intellettuale praticabile. 

Lo scrittore non ha fatto in tempo a vedere le sue cartelle diventare libro, ha però saputo dare vita alla sua voce più autentica. Un importante saluto, diciamolo.

«Il quartetto Razumovsky», 2021, di PAOLO MAURENSIG, ed. Einaudi, 2022, pag. 143, Euro 17,50.

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