Un muro per Eric Zemmour

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Presto in Francia si andrà a votare. Molto probabilmente Emmanuel Macron sarà rieletto. Di sicuro non sarà Eric Zemmour il nuovo presidente francese. Così com’è un fatto che gli argomenti, le proposte politiche del candidato dell’estrema destra alle presidenziali francesi, sono le solite, trite e ritrite carte truccate che abbiamo già visto giocare ad altri demagoghi della destra populista che, per raggranellare voti, le provano davvero tutte. Compresa la barzelletta del muro. Proprio così, dopo il Nano Bignasca e Donald Trump ora è il suo turno. Zemmour ha promesso un muro per difendere la civiltà europea.

Dopo aver dichiarato guerra alle moschee e giurato di vietare tutti i nomi che non sono del calendario, Eric Zemmour ha aggiunto un nuovo punto alla sua già nutrita lista di mirabolanti promesse elettorali. Da presidente convincerà l’Europa a costruire una bella muraglia, tipo quella cinese, così da impedire che gli immigrati possano penetrare nel fortino europeo. Un bel muro di cinta è necessario, lo è “per difendere la civilizzazione”. Insomma, un grande classico sfoggiato in precedenza da altri leader che, sulla promessa di un muro, hanno costruito la propria fortuna elettorale. È stato per esempio il caso di quel Trump che ha impalmato proprio Zemmour come suo candidato ideale alle presidenziali di Francia.

Ora, a prescindere da quale sia la vostra area politica di riferimento, rimane il fatto che, da qualsiasi parte li si guardi, certi personaggi sono l’impietosa istantanea di una politica ormai allo sbando. Il campanello d’allarme di un presente popolato da loschi figuri che al massimo ci ricordano certe macchiette viste in un film di Louis de Funès, più che somigliare vagamente a un candidato credibile, capace di guidare e amministrare una nazione. Eppure, oggi, ciò che passa il convento è questa roba qua. Imbonitori che promettono di cambiare le cose a colpi di bacchetta magica. Oppure erigendo muri. Senza sapere bene se è più folle chi le dice o chi ci vuol credere a certe fesserie.

I Paesi come l’Ungheria che hanno costruito un muro, sono quelli che difendono al meglio la civiltà europea”, ha affermato Zemmour in un recente dibattito televisivo. Ovviamente l’Ungheria non poteva non essere presa a mo’ d’esempio. Del resto in Europa quale altra nazione incarna al meglio la deriva autoritaria e antidemocratica? Proprio così, il modello Ungheria ha fatto scuola. E guarda caso, neanche a farlo apposta, proprio in Ungheria si voterà in aprile. Così, per dare maggiore impulso alla propria campagna elettorale, il primo ministro Viktor Orban sembra che stia facendo di tutto affinché, a ridosso del voto, possa arrivare in visita, come suo sostenitore, nientemeno che Donald Trump. 

Forse perché, davvero, tutto il mondo è paese. Soprattutto quando si tratta di buttare nel cesso il proprio voto o peggio di sabotare la democrazia. Se c’è una cosa che ci ha insegnato la pandemia, rispetto a come gira il mondo, è che, anche quando le cose vanno malissimo, i super-ricchi, loro, diventano sempre più ricchi. Grazie anche a certa politica che non fa nulla per permettere una redistribuzione più equa della ricchezza. E mentre la situazione rimane quella di sempre o, al limite, peggiora, la disperazione e la rabbia crescono. Con i Trump, gli Zemmour e gli Orban di turno pronti a farsi strada a suon di promesse, di muri e manganelli. 

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