Wasteocene, l’era dei rifiuti

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A inizio millennio, per definire il mondo e gli stravolgimenti in atto ad opera del genere umano, un gruppo di scienziati capitanati dal premio Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen, aveva coniato il termine Antropocene. Una parola con la quale definire l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre, inteso come l’insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche che permettono lo sviluppo e l’evoluzione della vita, era stato pesantemente condizionato sia a livello locale, sia globale, dagli effetti dell’azione umana. Di recente però c’è chi, di fronte a tutto questo, si è chiesto se non sia più corretto parlare di Wasteocene, ovvero dell’era dei rifiuti, intesi non soltanto come la montagna di spazzatura che ogni giorno produciamo.

In pratica l’Antropocene avrebbe inizio con la rivoluzione industriale dell’Ottocento e arriverebbe fino ai nostri giorni. A segnarne l’inizio è il consistente aumento nell’atmosfera delle concentrazioni di anidride carbonica e di metano. Due gas a effetto serra che sono i principali imputati del surriscaldamento globale del Pianeta. Eppure, considerando gli effetti della presenza umana a livello globale, a impressionare sono soprattutto i dati che riguardano la nostra immondizia. Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050 la produzione annuale di rifiuti solidi passerà da 2 a quasi 3,5 miliardi di tonnellate. Una montagna di spazzatura che va sommata ai rifiuti tossici e pericolosi, cioè ad altri 400 milioni di tonnellate all’anno.

E gli scarti della nostra società non sono solo quelli che finiscono nelle discariche o che i Paesi occidentali spediscono in quelli a basso reddito. No. La questione in sé è ben più complessa. Viviamo in un’epoca in cui gli scarti e i processi che li producono sono la cifra che caratterizza il nostro presente e, drammaticamente, anche il nostro futuro. La produzione di rifiuti presuppone non solo la creazione di scarti in senso fisico, ma anche di comunità e di relazioni di scarto”, afferma Marco Armiero, storico dell’ambiente ed esperto di ecologia politica, direttore dell’Environmental humanities laboratory di Stoccolma nonché autore del saggio dal titolo “L’era degli scarti. Cronache dal Wasteocene” (Einaudi, 2021).

Ed è proprio per questa ragione che il professor Armiero ha coniato il termine Wasteocene (da waste, che in inglese significa scarto). Lo ha fatto per definire questa nuova fase della storia della Terra e dell’uomo. Una storia che è in stretta correlazione con i rifiuti e gli scarti in tutte le loro forme. Compresi quei territori, quelle comunità e popolazioni che, per questa loro condizione, ci ricordano da vicino le caste indiane. Del resto, malgrado qualcuno ci voglia far credere che la responsabilità è di tutti noi, non tutti hanno le stesse colpe di fronte alla crisi ecologica in atto. Chi è povero inquina infinitamente meno di me e di voi. Eppure saranno proprio loro a pagarla cara.

Per capire come andranno le cose, l’esempio della tragedia del Titanic, ci è di grande aiuto. A seguito dell’impatto con l’iceberg, il transatlantico s’inabissò. Eppure, andando a vedere chi morì, la maggior parte delle vittime si registrò tra i passeggeri di terza classe. Tra i più poveri. Non certo tra i viaggiatori di prima classe che, per la maggior parte, riuscirono a salvarsi salendo a bordo di una scialuppa. Certo, siamo tutti sulla stessa barca, ma anche fra gli abitanti del Pianeta ci sono quelli che giocano in serie A e quelli che invece sono in serie B. O zeta. E saranno proprio quest’ultimi che, nei prossimi anni, pagheranno un conto ben più salato del nostro per qualcosa di cui sono responsabili solo in minima parte. 

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