A Putin quel che è di Putin?

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Purtroppo la guerra in Ucraina è un fatto. Eppure, prima che l’aggressione giungesse a compimento, per settimane il Cremlino aveva negato di voler invadere il Paese. Aveva mentito anche di fronte all’evidenza, poiché nel frattempo, tutt’attorno all’Ucraina, aveva ammassato 190’000 soldati. Le forse necessaria per una sporca guerra. Lo aveva fatto raccontando la balla dell’esercitazione militare. Isteria, informazioni false, disinformazione totale. Queste erano state le parole e gli argomenti adoperati per difendersi, accusando gli Stati Uniti di screditare la Russia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. L’ennesimo braccio di ferro tra Russia, Stati Uniti e la Nato. Intanto però l’invasione c’è stata eccome e Vladimir Putin non si fermerà finché non avrà ottenuto qualcosa in cambio.

Quella che si sta combattendo in Ucraina è una guerra tutt’altro che scontata. E come tutte le guerre andrebbe disinnescata il prima possibile. Prima che diventi l’ennesima inutile carneficina, seguita da un’inevitabile catastrofe umanitaria. Se per farla scoppiare è bastato un attimo, un po’ come accendere un fuoco con una tanica di benzina, ora fermarla è assai più complicato. Ormai il rischio è quello della stallo. Del pantano. Di una nuova Siria. Di un nuovo Afghanistan. Di un nuovo inaccettabile inferno.

Accanto alla guerra convenzionale, c’è poi quella fatta di sanzioni economiche, di sabotatori informatici. Senza dimenticare neppure la gara che si è consumata nei giorni scorsi, tra chi avrebbe fornito più armi all’Ucraina. Una promessa fatta da molti paesi occidentali. Una guerra, così, la si alimenta soltanto. Insomma, proprio come affermava con tono sinistro Emmanuel Macron nel momento dello scoppio del conflitto, questa sarà una guerra lunga e dolorosa. Che non farà sconti a nessuno. 

Tantomeno ai civili ucraini che già sono l’agnello sacrificale di una sciagura terribile e inopportuna. Gli Stati Uniti intanto, pure loro, profetizzano che ci saranno ancora tre o quattro settimane di guerra e poi in Ucraina sarà guerriglia urbana. Scenari da brividi di una guerra che ci riguarda da vicino. Ecco perché l’unico spiraglio di luce all’orizzonte è quello di un accordo. È necessario che alla pancia si affianchi la ragione. La contrapposizione armata non farà che allargare la ferita apertasi nel cuore dell’Europa.

Le trattative tra russi e ucraini, che si sono aperte con il primo incontro avvenuto in territorio bielorusso il 28 febbraio, continuano. Fra bombardamenti e le denunce di crimini di guerra. Ma a pochi giorni dall’inizio dell’invasione russa e senza un vantaggio decisivo da nessuna delle due parti, non c’è purtroppo nessuna speranza che il conflitto s’interrompa come per magia. Vladimir Putin si fermerà solo di fronte ad una resa dell’Ucraina. O ad una contropartita per lui accettabile.

Putin ha sicuramente sottovalutato la capacità di resistenza dell’esercito ucraino, che non è di certo crollato al primo colpo di cannone come forse era convinto che accadesse. E non si è infilato in un conflitto di questa portata per poi rinunciare senza aver ottenuto nient’altro che qualche conquista territoriale, visto anche il costo dell’operazione. La resa non è nella sua natura. Ma questo non significa che Stati Uniti ed Europa siano legittimati ad alimentare questa guerra. Se vogliamo essere d’aiuto al popolo ucraino non è di certo regalando loro armi che lo saremo. 

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