Afghanistan, mi vendo un rene

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Cosa sarà dell’Ucraina, una volta finita la guerra, è difficile dirlo. Di sicuro sappiamo come si vive e cosa sono diventati l’Afghanistan e la Siria oggi. L’Afghanistan, in particolare, dopo vent’anni d’occupazione militate e il recente ritorno dei talebani, è un Paese che è sprofondato nella povertà più nera. Ridotto allo stremo delle forze. Così, non di rado, c’è chi, per poter sopravvivere, decide di vendersi un organo. Un fenomeno preoccupante che ci fa capire quale sia il livello di disperazione diffuso tra la popolazione.

La povertà può spingerci a fare cose che mai avremmo immaginato. Anche a vendere un rene. Peccato che il privarsi di un organo non sia una pratica indolore per la salute, soprattutto sul lungo periodo. Eppure in Afghanistan l’espianto clandestino di organi è diffuso ben più di quanto si possa immaginare. E va oltre quelle che un tempo erano considerate solo voci allarmanti. Le prime notizie che abbiamo su questa pratica, soprattutto per ciò che riguarda i bambini, risalgono a inizio millennio.

All’epoca la stampa occidentale accusava i talebani di finanziarsi proprio con il traffico clandestino di organi. Un traffico che, da allora, attraverso una complessa rete organizzativa e logistica, si è allargato a macchia d’olio. Nei villaggi capita spesso che qualcuno mostri, senza vergogna, la propria cicatrice. Perché con i 3500 dollari che in media si ricavano dalla vendita di un rene, almeno per un po’, si riesce a sfamare la propria famiglia. È l’unico modo possibile per tirare a campare, tra frustrazione, tristezza e rabbia.

Oltre ad attrarre i poveri, la compravendita d’organi, è all’origine di centinaia di casi di sequestro e d’omicidio. I corpi senza vita di bambini e adolescenti vengono spesso ritrovati privi di cornee, reni e a volte addirittura del cuore. Bambini che vengono venduti, abusati, costretti a vivere in un inferno che continua ad autoalimentarsi. Un orrore che si compie senza che nulla si faccia per assicurare una vita dignitosa ai civili, soprattutto a donne, vecchi e bambini che sono sopravvissuti alla guerra. 

Forse perché tracciare una linea di demarcazione netta fra un prima e un dopo è impossibile. Anche in Siria, la vita che continua e cerca di affermare la propria umanità tra le macerie, è una vita misera che lotta per i bisogni primari. Per un tozzo di pane e poco più. A riprova del fatto che la guerra continua anche dopo la guerra, perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.

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