Boris veniva da Buchenwald

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Boris Romanchenko è stato un prigioniero politico. In quei tempi che ci sembrano persi nella polvere di neve delle bufere nord europee. In quell’era dove la vita degli uomini valeva meno di una patata avvizzita.

Boris era uno di quelli che parlavano. Non si era chiuso dentro sé stesso come avevano fatto, comprensibilmente, in molti. Boris raccontava, testimoniava, come Liliana Segre.

Racontava dei campi e del filo spinato, della fame e del freddo, dei morti appesi ai reticolati come corvi stecchiti dal freddo. Boris raccontava del pigiama a righe e delle crudeltà delle guardie, lo faceva perché non si dimenticasse e perché, per i superstiti, quella testimonianza era un afflato di vita, un germoglio nella pianura intorno a Buchenwald tra le selve di Turingia, un fiore di primavera accanto alla cittadina di Weimar, quella dove fu redatta la nuova costituzione tedesca dopo la sconfitta della prima guerra mondiale.

Il timido tentativo dei tedeschi di darsi una costituzione liberale, affogò miseramente nel pantano del nazismo, che regalò a Boris la residenza a Buchenvald, poi a Peenemunde e a Bergen Belsen.

96 anni aveva Boris, portati anche benino. Lo vediamo coi capelli bianchi e ben piantato, con la divisa a righe e il rettangolo rosso con la P di “politico”, cucita sul petto. Razza dura, selezione naturale. Così sopravvivono quelli come Boris. Ma soprattutto, possiamo pensare, una gran voglia di vivere e di esistere, per contrastare il buio di un’epoca mostruosa e divoratrice.

L’immagine è rievocazione di quei giorni, testimonianza di un reduce. A postare la foto, la fondazione dei lager di Buchenwald e Mittelbau-Dora. Il motivo? La morte di Boris Romanchenko in un bombardamento russo del suo condominio.

Che ironia della sorte, morire ammazzato a 96 anni da un proiettile d’artiglieria russo quando sei sopravvissuto a una delle prove più orrende che la vita poteva regalare a un uomo.

Boris veniva da Buchenwald, uno dei campi più politicizzati e dove una fitta rete di prigionieri, soprattutto comunisti riuscirono nell’impossible, come salvare più di 900 bambini dalle camere a gas. Quando gli americani arrivarono a Buchenwald, il campo si era già liberato da solo. Alla fuga delle SS, i “politici” avevano sopraffatto le guardie. Ci può essere dignità anche nella follia e nella disperazione.

“…quando nei primi giorni dell’aprile 1945 le SS decisero di sgombrare il campo e fecero partire un primo convoglio di circa 28.000 deportati verso altri campi, il comitato clandestino internazionale, a mezzo di una emittente che era stata costruita in gran segreto, si mise in contatto con le truppe statunitensi che avanzavano nella zona, chiedendo immediato aiuto e nello stesso tempo ordinando l’insurrezione generale. Quando gli alleati giunsero a Buchenwald, il campo era già stato liberato dagli stessi deportati ed il comitato internazionale ne gestiva la vita democraticamente. Era il 13 aprile 1945.”*

Boris, è stato testimonianza importantissima di quei momenti e di una resistenza sia russa che Ucraina, ma anche austriaca e tedesca. Una resistenza che dovette confrontarsi con mostri come Ilse Koch, la jena di Buchenwald e moglie del comandante, che collezionava la pelle tatuata dei prigionieri per farci dei paralumi.

Questo hanno bombardato i russi, non solo un uomo, ma un pezzo gigantesco di storia e testimonianza. Il sindaco di Leopoli, Andrij Sadovyj ha scritto su telegram:

“I nuovi fascisti continuano il lavoro di Hitler”

Non so se sono d’accordo, le differenze ci sono e sarebbe sciocco non rilevarle. Il nazismo rimane uno dei più agghiaccianti regimi che la terra abbia dovuto sopportare. E in fondo, un signore di 96 anni sarebbe morto a breve no? Perché farne una tragedia?

Perché, come disse lo scrittore Amadou Hampate Ba davanti all’assemblea dell’Unesco nel 1962: “In Africa ogni volta che un anziano muore è come se bruciasse una biblioteca”.

Non solo in africa. Anche in Ucraina, Anche in Europa. Un’Europa che regolarmente dimentica i suoi orrori. E un invasore russo che per ironia, dice di voler denazificare un paese, e per farlo uccide uno dei superstiti di quel regime obbrobrioso. Fa ridere la storia a volte. un riso amaro, che lascia in bocca un sapore di bile.

*C’è scritto nelle cronache dell’ANED, l’associazione italiana nazionale ex deportati nei campi Nazisti

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