Chi l’Endurance, la vince

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La scoperta e di quelle che, se non ci fosse una guerra capace di mangiarsi tutto ciò che le sta attorno, forse si sarebbe meritata perfino una prima pagina. La nave a tre alberi lunga 44 metri, scelta nel 1915 dall’esploratore britannico Sir Ernest Shackleton per affrontare la traversata dell’Antartide, è stata ritrovata. Il relitto è stato avvistato ad oltre 3.000 metri di profondità, a poca distanza da dove l’imbarcazione, un vero monumento dell’epoca delle esplorazioni polari, s’inabissò dopo essere stata stritolata dai ghiacci del mare antartico.

Salpati dalla Gran Bretagna nell’agosto del 1914, Sir Shackleton e altri 27 uomini dell’equipaggio, raggiunsero il Polo Sud a bordo dell’Endurance con l’obiettivo di compiere il primo attraversamento dell’Antartide. Solo tre anni prima il norvegese Roald Amundsen aveva raggiunto il Polo Sud. Purtroppo però l’Endurance, nel gennaio 1915, restò intrappolata, schiacciata tra i ghiacci marini finendo poi per affondare. 

Gli uomini a bordo furono perciò costretti a scendere dalla nave e ad accamparsi sui ghiacci. Grazie alle scialuppe di salvataggio raggiunsero prima la disabitata e inospitale Elephant island. Poi, da lì, Shackleton e altri cinque uomini proseguirono in un viaggio di circa 1.300 km che li portò su di un’isola della Georgia del Sud. Raggiunta infine una stazione di balenieri, organizzò il recupero del resto del suo equipaggio. 

Alla fine si salvarono tutti e la loro epica impresa entrò di diritto nella storia. Una storia che oggi, a distanza di 107 anni da quelle vicende, si arricchisce di un nuovo capitolo. Ad annunciare il ritrovamento dell’Endurance, il 9 marzo scorso, è stato il Falkland Maritime Heritage Trust che ha fatto sapere di aver localizzato il relitto della Endurance a circa sei chilometri dal punto in cui l’imbarcazione s’era inabissata nel 1915.

Grazie all’utilizzo di due droni sottomarini dotati di telecamera ad alta risoluzione, il team di scienziati della spedizione Endurance22, ha potuto così constatare lo straordinario stato di conservazione della nave, dovuto essenzialmente a due fattori: l’assenza di quei microrganismi che si nutrono del legno e la bassa temperatura delle acque. 

Ben evidenti anche i danni causati dalla pressione dei ghiacci che squarciarono lo scafo facendolo poi affondare. Se, a poppa, sono ancora ben visibili le lettere dorate che componevano il nome della nave, nel loro percorso di ricognizione i droni hanno anche filmato alcuni oggetti appartenuti all’equipaggio, come indumenti e stoviglie. 

Un happy end sugellato dalle parole del capo spedizione dell’Endurance22 John Shears: “Abbiamo scritto la storia polare con la scoperta di Endurance e completato con successo la ricerca più impegnativa al mondo di un relitto. Inoltre, abbiamo avviato importanti ricerche scientifiche in un’area del Pianeta che ha un impatto diretto sul clima e sull’ambiente globali”.

L’operazione per ritrovare l’Endurance di Sir Ernest Shackleton è costata 10 milioni di dollari, donati da un anonimo finanziatore.

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