Evviva i profughi ucraini

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Farò un discorso impopolare. In questi momenti di fibrillazione bellica, in cui le pianure ucraine sono di nuovo invase dai tank, parlare dei profughi e della loro accoglienza può risultare ostico.

La narrazione occidentale vede ormai ogni distinguo come un sospetto. Laura Boldrini, solo per non aver votato l’invio di armi agli ucraini è stata tacciata di putinismo, una donna che ha sempre fatto del pacifismo e dell’aiuto ai profughi la sua bandiera. Il direttore d’orchestra della Scala, perché amico di Putin, è stato licenziato. Gli artisti russi vengono messi all’indice come fossero dei paria, a meno che non condannino fermamente e pubblicamente l’invasione dell’Ucraina, cosa che ovviamente non tutti possono fare senza evitare ripercussioni.

La caccia al russo, spesso inconsapevole vittima delle scelte di un governo autoritario e guerrafondaio, sta arrivando a punti demenziali, come per la cancellazione della serie di conferenze su Dostojewskj dello scrittore Paolo Nori.

In questo quadro, fare dei distinguo sui profughi ucraini può essere “pericoloso”. Eppure a molti è apparsa stridente l’accoglienza rivolta ai profughi di Kiev, per cui si è mobilitato mezzo mondo concedendo mari e monti, a fronte di quella usualmente offerta a chi fugge da guerre nel sud del mondo, pensiamo ad esempio all’Afghanistan, alla Siria o all’Eritrea. Guerre del sud, che non ci cambiano di una virgola il quieto vivere, guerre di serie B, dove i morti non ci riguardano. Anzi, in passato, la narrazione europea è stata dura e crudele con chi affogava nel Mediterraneo, ostile (a parte poche eccezioni) coi profughi siriani. Ricordo la recente crisi ai confini bielorussi, dove gli stessi polacchi che oggi accolgono a braccia aperte gli ucraini, lasciarono macerare al gelo migliaia di sfollati messi lì a bella posta dal tirapiedi di Putin e Lukashenko.

Quadri propone addirittura di disfarci dei rifugiati “economici”, che per lui sono tutti quelli a sud di Chiasso, e di prendere al loro posto gli ucraini. Per i profughi odierni: immediati lasciapassare, permessi di soggiorno annuali rinnovabili, possibilità di ricongiungimento familiare, possibilità di lavorare. Tutte cose rifiutate in automatico ad altri richiedenti. Gente costretta in bunker della protezione civile, senza possibilità di uscire o di lavorare lasciati in un limbo per anni (come il recente caso di Asia e la sua famiglia) e a cui solo la massiccia sollevazione e pressione popolari ha permesso, con la concessione del caso di rigore, di rimanere in Ticino (leggi qui sotto).

Stridente è appunto una differenza di trattamento che ha un brutto odore di razzismo perché oggettivamente, se sei un povero disgraziato e hai la pelle del colore sbagliato, vali molto meno sul mercato dei profughi. Lo abbiamo visto appunto con la differenza di trattamento sempre al confine polacco, quando chi fuggiva insieme agli ucraini ma era pakistano o africano, riceveva un trattamento diverso. (leggi qui sotto)

E lascia l’amaro in bocca, vedere quanti sono disposti a prendersi gli ucraini a casa, parodia contraria di quando la parola d’ordine delle destre leghiste era “prendeteveli a casa vostra allora!”. Ora si prendono, ma solo gli ucraini che scappano da Putin, possibilmente donne e bambini, che gli uomini per fortuna sono rimasti a casa a farsi ammazzare.

È logico che i profughi ucraini abbiano diritto all’attenzione d’Europa, sarebbe però bello se non facessimo differenze e creassimo divisioni artificiali, che seguono il censo, il colore della pelle e le possibilità finanziarie. Ma per quanto ottimista, mi rendo conto che forse questo è l’unico vero miraggio in un’umanità in faticosa evoluzione. 

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