Francis Kéré, l’Africa e l’architettura

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Lo scorso 15 marzo è stato assegnato il Pritzker Prize. Si tratta del più prestigioso premio internazionale di architettura. In pratica è l’equivalente del Nobel per l’architettura. Ci sono voluti più di quarant’anni, ma alla fine ad aggiudicarselo è stato Francis Kéré, il primo architetto africano a vincerlo da quando il Pritzker Prize è stato istituito nel 1979. L’elezione di Kéré non ha soltanto un valore simbolico, è anche il segno tangibile della vitalità dell’architettura e della forza delle idee.

Francis Kéré, pur essendo cresciuto in un villaggio del Burkina Faso senza elettricità, né acqua potabile, è riuscito a diventare uno degli architetti più apprezzati al mondo. Nato nel 1965 a Gando, Diébédo Francis Kéré era il primogenito del capo villaggio ed è stato il primo ragazzino a frequentare la scuola. A imparare a leggere e scrivere. Grazie a due borse di studio, nel 1985 ha potuto iniziare a studiare falegnameria e poi, dieci anni dopo, a studiare architettura presso la Technische Universität Berlin.

La carriera del fondatore di Kéré Architecture è stata segnata dalla sua stessa biografia. Nonostante abbia iniziato a studiare architettura all’età di 30 anni, mentre studiava architettura nella capitale tedesca, non se n’è stato con le mani in mano, ma ha creato una fondazione e una raccolta fondi denominata “Mattoni per Gando” grazie alla quale ha finanziato il suo primo progetto in assoluto. Una scuola elementare nel suo villaggio d’origine.

In quel progetto iniziale, Keré, così come poi è accaduto pure con i successivi realizzati in Africa occidentale, ha sfoggiato un suo design architettonico che è stato il risultato della combinazione di bisogni di base, budget limitati, una comunità convinta a lavorare in gruppo e un’idea di sostenibilità che prendesse spunto dalle tecniche già in uso. Ecco quindi che argilla e fango diventano materiali di costruzione da prediligere rispetto a mattoni e cemento. Naturalmente, senza rinunciare mai alla bellezza dell’architettura.

I principi architettonici applicati nella costruzione di quella prima scuola sono stati il suo segno distintivo nei successivi lavori in aree prevalentemente rurali di Burkina Faso, Mali e Mozambico. E, ad argilla e fango, si è aggiunto anche un altro materiale sottovalutato, l’eucalipto. Un legno usato come legna da ardere poiché le sue radici asciugano il terreno e la sua ombra non è granché efficiente. Così come ha usato vasi di terracotta a mo’ di stampi per lucernari, garantendo la circolazione della luce naturale e dell’aria all’interno dell’edificio.

Nelle sue scuole, nelle sue biblioteche nulla è superfluo, eppure non manca mai l’emozione. È in questo modo che Francis Kéré ha trovato il suo equilibrio nel mondo dell’architettura, valorizzando le proprie origini, senza vergognarsi della povertà, ma dando valore alle tecniche tradizionali di costruzione. E il Pritzker a lui assegnato premia anche un modo tutto nuovo di fare architettura che si ritrova non solo in Africa, è l’adattamento delle tecniche locali come risposta efficace alla crisi climatica e alla scarsità di risorse. Una sfida vinta creando un linguaggio architettonico locale unico, in un continente di 1,2 miliardi di abitanti, ricco di diversità culturali ed etniche.

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