Gli stilisti del terzo millennio

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Pensate di essere avanti ? Di essere proiettati nel futuro? Naaaaa. C’è sempre qualcuno più avanti di voi. Ad esempio l’azienda giapponese Rocket road, che ha pensato in anteprima a coprire una nicchia di mercato che fino ad oggi era sguarnita.

E il mercato è tutto baby. Vi ricordate Terminator? Arriva sulla terra in una bolla temporale. La bolla trasporta Shwarzy nudo e crudo, diciamo totalmente privo di accessori e abbigliamento. De facto, abbiamo un cyborg spoglio come ingegnere l’ha fatto, un gigante muscolacciuto e gelidamente crudele privo di qualsivoglia vezzo modaiolo. 

In realtà l’abbigliamento robot è, de facto un esoscheletro, che poi sia figo o meno, è l’equivalente delle elitre di uno scarafaggio. Neanche un foularino, un berrettino sulle ventitré, uno short che evochi spiagge tropicali o un tailleur che renda la macchina più consapevole del suo ruolo anche estetico seppur letale.

E bella forza, a che serve un vestito a un robot? Dio se siete poverini, che miseria di pensiero stitico e desertico, che incapacità immaginativa. Meritereste di essere voi i robot. Per fortuna ci sono i tizi della Rocket road che ci hanno pensato, e hanno lanciato il gennaio scorso, la prima linea di abbigliamento per automi.

Voi che ritenete normale vedere robot “nudi”, non vi rendete conto di un fattore che quelli della rocket hanno capito benissimo; se si vuole avvicinare la machina al mondo umano, quest’ultima deve in qualche modo indulgere in consuetudini magari inutili, ma che appaghino l’estetica, che ci rendano più prossimi quelli che noi riteniamo gelidi ricettacoli di circuiti incapaci di sentimento. 

Che siano i giapponesi e non gli italiani ad averci pensato si capisce. Se i secondi hanno lo stile, i primi coi robot ci bazzicano dai tempi di Mazinga Z e di Afrodite A. Insomma, il giapponese ha nella sua cultura, assimilato molto meglio il concetto di automa. Quelli di Rocket road non sono mica dei fessi. Hanno lavorato con aziende robotiche come SoftBank Robotics, Sony e Sharp. E il loro CEO, Yukinori Izumi, è uno che ci crede:

“È diventato ‘naturale’ per i robot indossare vestiti“ (…) E sarei onorato se l’abbigliamento robotico potesse creare una nuova categoria nell’industria dell’abbigliamento e diventare una nuova cultura in Giappone“.

E nel mondo aggiungo io. Perché questi pensano in grande, mica come voi e me che siamo già contenti se abbiamo il bimby in cucina.

Ecco che allora, a breve, vedremo sfilate di cyborg e automi vestiti Balenciaga, Dolce & Gabbana, Hermes e Hugo Boss.

La prossima frontiera? Il profumo o le creme idratanti. No no! L’intimo, …si, l’intimo è figo, con tutti i pervertiti che ci sono in giro, vuoi vedere il successo che avrebbe un intimo per robot?

Scherzi a parte questo settore è una cosa abbastanza seria. Non puoi mica prendere un robot e buttargli addosso uno straccetto di H&M, devi calibrare il peso ed evitare che l’abito blocchi magari dei sensori. L’abbigliamento deve essere a prova di calore (creato da alcuni componenti elettrici) e il robot deve funzionare altrettanto bene senza o con i vestiti. Per cui vedete che per quanto ci ridiamo sopra, il domani è di robot giapponesi vestiti, e magari anche alla moda. Anche se una specie di excursus cyber punk ci starebbe di brutto. Avete presente “Alita angelo della battaglia”?

Tutine da urlo in titanio, ma anche meccanismi vintage che danno un non so ché di gradevolmente retrò. Un mondo variegato e fantasioso in cui avventurarsi e per cui invidio un po’ quelli della Rocket road, stilisti del terzo millennio.

Ok. Ammetto che mi aspettavo qualcosina di più, ma ci si può lavorare sopra penso no? D’altronde Roma mica è stata fatta in un giorno, figurati il dress code di una categoria di elettrodomestici pensanti…

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