I 100 anni di Tognazzi e la supercazzola

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Ugo Tognazzi, uno dei giganti della commedia all’italiana, nacque a Cremona il 23 marzo del 1922 e leggenda vuole che il primo scherzo lo facesse, ormai comico da alcune ore di vita, al padre Gildo, ispettore assicurativo. 

Una centellinata pisciatina su una polizza salute, inondando lo sfibrante capoverso delle franchigie , elaborate sulla base della supercazzola che sfruguglia la pazienza del contraente.

Ineffabile marpione, metafisico giullare e surreale manovratore di cento espressioni cangianti su un volto dove la reazione di chi osservava proponeva in genere due opzioni: l’assestare un paio di sberle sanzionatorie a prescindere o sommergerlo di carezze, nell’ondata di gratitudine per quella ininterrotta donazione di sfumature kafkiane, sardoniche e sarcastiche che alleggerivano il fardello dei pensieri.

Una delle scoppiettanti fortune della sua vita fu il licenziamento in tronco da mamma Rai nel 1959, per  una incorniciabile gag che alludeva al Presidente Gronchi, rimasto famoso più che altro per alcuni anomali esempari di un francobollo ricercatissimo dai filatelici di mezzo mondo.

Il vero decollo verso il cosmo della notorietà trovò la celebrazione con “Il federale” di Salce nel 1961 dove il graduato della milizia fascista Primo Arcovazzi – un nome, una garanzia – deve gestire la sconfinata scienza e l’immane lungimiranza del professore filosofo Erminio Bonafè, forse suo prigioniero, forse suo maestro di vita.

Nella scena che scandisce l’esilarante procedere di un sidecar balzellante su una stradina dissestata , resta inciso uno dei momenti più ispirati dell’arte della sceneggiatura : ” Buca…sasso…buca…buca con acqua”.

La corsa cinematografica di Ugo Tognazzi non potrebbe trovare degno riassunto neppure in mille pagine scritte fitte fitte, un pò come descrivere l’oceanica composizione dei suoi ravioli con ripieno di zucca e di amaretto, appesi alla cima dell’Olimpo delle rafinatezze gastronomiche che lui sapeva interpretare da ciclope delle papille gustative.

E inevitabie , in questo breve bozzetto, è l’approdo alla supercazzola, nel bozzolo del discorso senza senso che miete universale consenso, nell’alveo di una magico arzigogolo lessicale che implode nella plateale bolla della beffa comunicativa.

La banda di Amici miei corre oltre le barriere dell’archiviazione e ritrova la sua tridimensionale strapotenza nel conte Mascetti, dove l ‘Ugo numero Uno esalta la magnificenza del filone realistico-burlesco.

La supercazzola – una sorta di vocabolo abborracciato con ectoplasma – può vantare un’esistenza che precede lo squattrinato conte Mascetti, affondando le sue radici nella Firenze del Novecento ma ancor più nella città del Boccaccio del Decameron, dove i bischeri prosperano nel lardo della loro insulsaggine grazie alle graticole dei burloni.

Lo scherzo e la zingarata si incarnano nella mordace planimetria  dell’iconico Tognazzi che seguita a pizzicare le stravaganze tanto amate anche dai posteri, consapevoli che il mondo è una girandola di supercazzole, veniali e mai banali ma certo immortali e un pelino immorali. 

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