Il mortale Salazar e l’immortale Che

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Mario Teran Salazar, lo sciagurato uccisore di Ernesto “Che” Guevara Lynch de la Serna, è morto all’età di 80 anni, nel letto di un ospedale dove era da tempo ricoverato per una grave malattia.

Era l’ottobre dell’anno 1967 e il sergente Teran, appartenente a un gruppo di rangers boliviani, dopo aver catturato il Mito lo trasportò nel villaggio di La Higuera, dove vigliaccamente gli scaricò addosso l’intero caricatore di una pistola automatica.  

Il ” Che”, tradito da un contadino che ambiva alla succulenta taglia di cinquantamila pesos, pur crivellato da una manciata di proiettili non morì subito e l’ultimo fiato di vita glielo carpì un altro graduato, senza nome né gloria, ubriaco fradicio per racimolare il coraggio che puntella le azioni dei codardi.

E da quel giorno il protagonista della rivoluzione cubana ricominciò a rivivere ancora più intensamente, con il suo basco leggendario e il suo sigaro che sparge refoli di cenere epica, nel tempo che si rinnova.

Rivivono forti e orgogliose  le sue parole scritte ai figli: 

” Crescete da buoni rivoluzionari…Soprattutto siate sempre capaci di sentire l’onta di qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario.”

Lo straordinario e l’irrealizzabile-realizzabile ancora oggi raccontano le pulsioni delle sue ansie di ribellione e di riscossa, prima in Congo e poi nell’intero continente africano, e la sua tenace inesausta opposizione – quasi un pugno eternamente teso a colpire il mento dell’imperialismo – contro il colosso americano che non riusciva a spuntarla in Indocina, sino a coniare un utopistico slogan “Creare due, tre, molti Vietnam”.

Avevo sedici anni allora e la maglietta rossa riportava i versi del cantore della lotta cubana, quel Carlos Puebla che non si stancava di incantare le emozioni : 

” Aqui se queda la clara / la entranable transparencia /de tu querida presencia/ Comandante Che Guevara”.

La realtà si impennava insinuandosi nel leggendario con sfumature  chimeriche e molti della nostra generazione investigavano – quasi fosse un inafferrabile personaggio inventato da un nuovo Salgari – sui movimenti del Che e sugli indizi dell’accampamento base, aggrovigliato nel protettivo polmone delle foreste inviolabili.

Poi le notizie di un manipolo di soli trenta uomini che si battevano come leoni contro i reparti dell’esercito regolare, in una incalzante serie di scontri che moltiplicavano i segreti della giungla.

Il 7 ottobre 1967, due giorni prima di morire, il “Che” appunta sul suo diario:

“Sono passati undici mesi dall’inizio della guerriglia. Siamo partiti con un assai debole chiaro di luna. La marcia attraverso il burrone in cui ci troviamo è stata molto faticosa. Abbiamo lasciato numerose tracce”.

Le tracce e poi il destino che presenta il conto fatale.

Il suo corpo fu esposto ai giornalisti per un giorno intero, in una misera capanna della Valle Grande, non un irriso trofeo ad uso dei vincitori ma una incommensurabile monumento donato all’umanità che osservava.

Nel suo stato di trucidato, il Coraggioso pareva ancora più iconico e comunicativo, con quegli occhi aperti che ammonivano, rifiutandosi di scrutare l’inanità dei messaggi inutili.

E tutto quel piombo che pesava nel suo corpo, ormai trasportato nel ventre di una nube di provvidenziale pioggia, dentro la cornice di una barba nerissima e incolta si tramutava in polvere di speranze per gli sfruttati minatori cileni del Chuquicamata, per gli scalciati contadini della Bolivia, per gli ultimi dell’Ecuador e per gli esclusi della Colombia.

Troppi imbarazzanti lampi di immortalità in quello sguardo, dove nel presunto azzeramento della fine ancora sciamavano le meraviglie delle idee socialiste e i rintocchi delle opere di Marx, Engels e Lenin, mai mute davanti all’inutile sventagliata di un tale Mario Teràn Salazar, morto per davvero.

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