Il suicidio di Olmezov e della matematica

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Si chiamava Konstantin Olmezov ed era un prolifico matematico ucraino, nato nella capitale del Donbass. Si è suicidato a 27 anni lasciando il suo testamento dove le parole prendono il sopravvento sui numeri di un recente fermentante settore della matematica che si chiama “combinatoria additiva”.

Era approdato agli studi di specializzazione della Harvard moscovita, cimentandosi nei problemi inversi e nelle siderali cavalcate delle progressioni aritmetiche multidimensionali.

Il suo mondo si apriva sull’inesplorato universo di una scienza esatta , improvvisamente molestata da una guerra inesatta.

Arrestato mentre saliva su un bus, per la delazione di una persona “fidata” alla quale aveva sussurrato che era intenzionato ad andarsene a difendere il suo Paese, aveva occupato per una quindicina di giorni una cella dalle pareti umide dove le formule turgide di  parentesi graffe si sgretolavano sul detestabile grigio spartano dei muri.

“Quando mi hanno arrestato, credevo di aver perso la mia libertà per sempre. In cella ho cercato una sola cosa, la morte.”

Poi la inaspettata scarcerazione e persino un invito a proseguire le sue appassionate ricerche in un’università austriaca.

Ma quell’opprimente senso di dolore, crescente nella spappolata angoscia di un futuro sempre più incerto con la sua acuta negazione di progetti e di speranze, lo ha ingoiato a poco a poco rivelandogli che la guerra bussa anche alla porta di chi non si danna sul campo di battaglia.

Il 20 marzo, anticipando di un niente l’irruzione di una primavera dove ogni primula si trasformava in bomba, Konstantin si è tolto la vita nel suo appartamento alla periferia di Mosca.

E i suoi ultimi pensieri, salutando la rassicurante familiarità dei metodi algebrici  e dei polinomi lineari, si sono adagiati su una pagina bianca e stanca, lasciata ai suoi amici ucraini.

Fantasmi affogati nell’incapacità di metabolizzare l’indigeribile concetto che sta racchiuso nel vocabolo “guerra”: 

“Mi fa male, non riesco più a tollerarlo. Fin dal primo giorno ad oggi sono stato con tutta l’anima con voi, , anche se è chiaro che non sono riuscito a salvare nessuno. Sono un assoluto ateo. Non credo nell’inferno, vado nel nulla. Ma questo nulla mi è più caro della realtà nella quale stiamo vivendo”.

Nella mitica vicenda di una storia minima, brulica lo sconcerto di un’emozione che osserva esterrefatta la lacerante chiave di lettura di una spiazzante inevitabile “soluzione finale”.

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