Inès Cagnati e la sua “matta”

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«L’arte non deve rassicurare ma turbare»: con Inès Cagnati, da poco tradotta da Adelphi, ci siamo in pieno. Doloroso e profondo «Génie la matta».

Il nocciolo della storia lo si scopre a romanzo ben avviato. La madre di tutte le disgrazie è uno stupro. Che la società rurale risolve addossando assurde colpe alla stessa ragazza violentata. «Matta», questo l’indelebile timbro con il quale viene marchiata. E per ogni suo gesto o attività: «è … Génie la matta». Non importa (o forse sì, peggiorando la situazione) il lignaggio della sua famiglia di appartenenza, la più importante della comunità, e nemmeno conta il fatto che dallo stupro sia nata una bambina, per giudizio indotto anche lei «colpevole». Génie la matta viene esiliata in una «quasi» casupola diroccata lontana da tutti, isolata dal mondo, e viene costretta ad una sopravvivenza ai limiti della sostenibilità. I lavori più duri, quelli più disagevoli che nessuno vuole fare ? basta chiamare «la matta». A giornata, neanche fosse una schiava prète à porter. E la retribuzione ? Niente, la si paga in natura: un qualche frutto, un avanzo: carità.

Lei ha una risposta sola: il silenzio. Muta, tanto per giudizio unanime «è matta». Certo, con la figlia si lascia sfuggire piccolissimi e timidi sfoghi («I suoi occhi avevano assunto il colore delle lacrime. Diceva: «Non avuto niente, io». Io dicevo «Hai me.» Ma lei continuava a piangere») ma sono attimi, quasi debolezze. Che fanno più male che bene alla piccola Marie.  

Quella di Génie è una vita al limite. Lavoro, dolore e umiliazioni. Nessun rapporto sociale, nessuna considerazione, niente di niente. E’ la strega del villaggio, alla quale è stata inflitta la condanna più grave: la pena di morte … vivendo.

Ai lavori, et pour cause, si deve fare accompagnare dalla bambina («non starmi addosso» le continua a ripetere), che ovviamente viene coinvolta, subendola, da questa atroce voragine di non-comunicazione. Siamo all’anima del romanzo: la paura dell’abbandono («E io correvo svelta per quanto me lo consentiva il fango ed ero gonfia di lacrime. Quando l’avevo quasi raggiunta, si rimetteva in cammino»), la solitudine della fanciullezza (riuscite a trovare qualcosa di più devastante, di più crudele ?).

«Génie la matta» è un pugno in pancia. Una storia che commuove e che provoca rabbia, la stessa che invece non pare possedere la protagonista. Ed è qui la grande potenza espresiva di Inès Cagnati, quel suo stile crudo fatto di parole semplici e frasi cortissime: neanche fossero incisioni che entrano dritte nella carne ferita. Ogni pagina è una sofferenza perché ogni novità nel racconto è un peggioramento. Toccato il fondo Génie, ma anche la piccola Marie, deve continuare a scavare. Persino quando sembra apparire una piccola luce è di nuovo beffa: la mucca avuta in compenso? è vecchia e … cieca, dunque necessita attenzioni supplementari. O quando la tragedia si fa tosta, con Marie costretta a subire lo stesso stupro della madre, sempre ad opera del mascalzone rimato impunito («ma tanto è la figlia di «Génie la matta», cosa vuoi pretendere ?» sembra percepire dal teso sottinteso): la banalità del male che torna… .   Infine Marie trova Pierre, un ragazzo che alla sua maniera la ama davvero, ma anche qui niente da: muore in guerra e viene sepolto con tutti gli inutili onori. 

Tanta, forse troppa sofferenza. A poco valgono, almeno ai fini della narrazione, le storie o i sogni che la piccola Marie continua a cullare dentro sé stessa. Per la scrittrice invece sono forse questi momenti, non si sa se autobiografici (almeno in certi suoi frangenti), a rivelarsi salvifici, o consolatori.

Una grande scrittura, va detto e ripetuto. Questo è un testo che non abbandona tanto facilmente la testa dei lettori. 

Infine un plauso alla Adelphi che ha tradotto questo gioiello, portandolo in pratica a conoscenza dei lettori italiani, infatti «Génie la pazza» è stato scritto nel 1976.  Ora non ci resta che attendere che pure gli altri tre romanzi di Inès Cagnati (morta nel 2077 a 70 anni) trovino pubblicazione. 

«Génie la matta», 1976, di INES CAGNATI, ed. Adelphi, pag. 184, Euro 18,00.

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