La bambina col lecca lecca

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“Sono depresso… senza soldi per l’affitto… senza soldi per i bambini… senza soldi! I ricordi di ciò che ho visto sono ancora vividi: bambini denutriti, violenza per le strade, stupri perpetrati dagli stessi poliziotti che dovrebbero tutelare la giustizia. Io me ne vado”. Sono le parole del fotografo sudafricano Kevin Carter, morto suicida a 33 anni. Carter vinse il Pulitzer per una fotografia famosissima scattata nel 1993, ma di questo parleremo dopo.

Ucraina 2022. Una foto ripresa da molti media rappresenta una bella bambina accosciata su di una finestra, con il fucile in mano e il lecca lecca in bocca.

La fotografia è stata scattata dal padre, Oleksii Kyrychenko, che ha subito specificato che l’immagine voleva sensibilizzare sulla guerra in Ucraina.

Non è un giudizio di valore sulla resistenza del Paese invaso, ma trovo triste e sbagliato usare un bambino come testimonial (perché di questo si tratta) di una guerra. Ci ho riflettuto e penso che mai avrei messo in mano un fucile a mia figlia decenne per “vendere” una mia idea. Un’idea che è foriera ovviamente di morte e che racconta a mia bambina che uccidere è in qualche modo giusto. La bambina in questa foto, con il lecca lecca in bocca e i nastrini ucraini nei capelli, è usata dal padre, che ne fa un’influencer da Instagram, uno specchietto per le allodole ( e infatti il capo del consiglio europeo Donald Tusk ha subito ripreso l’immagine ). Questa è una fotografia che non racconta tanto il dramma, quanto il lato aggressivo e glamour della guerra. Non ci proietta nella sofferenza, ma in una retorica, che ricorda in qualche modo la propaganda sovietica, dove i bambini diventavano i lacché del regime, fotografati sorridenti in pose ieratiche, come piccoli soldati, contadini, operai.

Kevin Carter fece il suo reportage dal Sudan, e tra le foto che scattò, c’è quest’immagine famosissima e penosa, che fu poi denominata “avvoltoio con bambino”

La foto fece scalpore e creò strascichi di polemiche. Anche qui un bambino diventa inconsapevole testimonial di una guerra orrenda e della carestia che ne segue. L’uccello rapace in attesa della morte, non è solo un pugno non nello stomaco, ma in tutto il corpo. Ci rompe i denti e le ossa, ci sfracella il cuore e ci gonfia di dolore. Racconta un orrore senza sconti, senza posa. Quel bambino sudanese urla l’abominio del conflitto ma soprattutto l’indifferenza di un occidente che invece solidarizza immediatamente con la bambina ucraina. Ma, soprattutto, quella foto portò alla morte di Carter, che in quegli orrori ci affondò fino al collo, perché fare il reporter di guerra è un lavoro nobile ma schifoso, che ti lascia appiccicate delle porcherie nell’anima che non sempre riesci a lavarti di dosso. 

Testimoniare l’orrore è un dovere. Costruire una narrazione di guerra è invece profondamente sbagliato. Nelle guerre degli ultimi decenni, molti bambini sono stati messaggeri di quanto sia ignobile e rovinosa una guerra, un immenso tritacarne che non ha pietà per niente e nessuno, che distrugge, annichilisce e sparpaglia frattaglie per le strade e nei deserti, nelle pianure gelate dell’Ucraina come nelle vie di terra cruda dello Yemen.

Un altro fotografo fu artefice di un’immagine che in buona parte pose fine a una guerra. Anche lui vinse il Pulitzer, si tratta di Huynh Cong che fece una delle più famose fotografie di guerra del secolo scorso.

La bambina nell’immagine, spogliata e bruciata dal napalm americano, che corre nuda in mezzo alla strada piangendo, fu la goccia che fece traboccare il vaso. La disperazione di quella foto mise in ginocchio i vertici militari statunitensi, l’opinione pubblica inorridita chiese il rientro delle truppe e la fine della guerra.

Questa è la potenza delle immagini, questo è quello che pensa un reporter di guerra che fotografa gli orrori che vede, fungendo da pietoso filtro per noi, perché il mostro che ti divora l’anima non si può dimenticare, anche se sei un veterano, anche se sei un duro.

Termino questo articolo con un’ultima fotografia, questa è Kim Puch, la bambina della foto di Cong, che dopo 17 interventi chirurgici sopravvisse, conservando tatuate sulla pelle le spirali delicate delle ustioni del napalm. 

Kim abbraccia il suo bambino, e forse non c’è immagine di pace più dolce e gentile, capace di fare capire cosa significa davvero la parola “pacifismo”. 

In una guerra “instagrammabile”, è giusto fare i distinguo, è giusto separare il grano dalla pula, perché non c’è giustificazione in un artificio fotografico che cerca di pilotare i nostri sentimenti. È nostro dovere vagliare e fare le differenze per rispetto a gente come Carter e Cong, o come Brent Renault, reporter di guerra e ucciso pochi giorni fa in Ucraina. 

Lo dobbiamo a chi rischia la pelle davvero insieme a chi fotografa, diventandone così fratello nella disgrazia e messaggero per il futuro.

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