L’arte di tacere

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Prima l’enigmatico e persistente grido del Covid , una specie di bestiolina necrofora con tanto di patentino certificato per spedirci all’altro mondo, terapie intensive intasate come le metropolitane nelle ore di punta, con la differenza che le fermate erano davvero sottoterra.

Poi l’urticante urlo delle bombe, dentro la cornice di una guerra classificata come “operazione speciale”,

una cosina più da ” thank you” che da ” tank bum”.

Un marasma di parole rosolate in fragore, di opinioni sbraitate, di indignazioni strillate, di frastuoni inopportuni, di verità ruffianate, di ruggiti ventriloqui sparpagliati nella gran savana della controversa risonanza.

E’ forse giunta l’ora, mi verrebbe da dire bisbigliando, di sfogliare furtivamente il libricino dell’Abate Dinouart, un ecclesiastico mondano che decise, nell’anno 1771, di dare alle stampe il suo breviario pratico “L’arte di tacere”, supponendo di fare un buon servizio all’umanità – troppo spesso megavociante- fornendole i principi dei sanissimi benefici derivanti dalle bocche cucite.

“Quanti uomini si sono condannati con la lingua o con la penna! ” osservava Joseph Antoine Toussaint Dinouart, predicatore e polemista  scomunicato per avere utilmente scritto un trattatelllo sulla parità di genere ,dando alle donne quello che era delle donne, fra l’attonito sgomento delle enigmatiche curie , degli spadaccini mantellati di bieco maschilismo e dei tanti gottosi benpensanti.

Risulta un vero propedeutico godimento lo scorrere il sapiente elenco dei diversi principi necessari per tacere.

Certe regolette andrebbero metabolizzate a memoria , giusto per evitare passi falsi e autolesionistici sconquassi : 

“E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio” ; “Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare” ; “In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare” ; “Talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo” ;

“Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi”.

Di sorprendente attualità , il piccolo tomo del grande Abate dovrebbe stazionare sul comodino di casa, di fianco alla sveglietta e alle pastiglie contro l’acidità.

E non è certo controindicato, nel progressivo approccio all’abbraccio del sonno, abituarsi a sostituire la conta delle pecore con il gregge del silenzio che dovrebbe pascolare nei grandi territori del buon senso.

Esiste un silenzio prudente, un silenzio spirituale, un silenzio dell’umore, un silenzio politico, un silenzio di plauso, un silenzio del capriccio, un silenzio compiacente, un silenzio canzonatorio… ed ecco la magnificenza del ” ronf, ronf”. 

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