Marco “Avatar” Odermatt, il secondo Federer

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Che il 24enne Marco, vincitore della Coppa del Mondo con 1639 punti, sia figlio di un Dio Maggiore non v’è dubbio: basta vederlo sciare.  Secondo gli indù in casi del genere un Dio si incarna in un umano, che diventa, in lingua sanscrita, un avatar. Siccome il numero degli Dei è infinito al punto che persino Umberto Eco ha rinunciato a citarli nella “Vertigine della Lista” non è facile attribuire a Marco una discendenza certa: lo stesso cattolicissimo Dante, più papista del Papa, ammette l’esistenza degli dei quando parla della imperscrutabile Signora Fortuna: “persegue il suo Regno come il loro li altri dei”.

Ma quali? Ideale sarebbe stabilire una discendenza diretta di Marco da Ullr e Skade, che abbiamo conosciuto alle Olimpiadi di Lillehammer in molti dipinti e incisioni rupestri: sono il Dio e la Dea dell’inverno, raffigurati con gli sci ai piedi, ma Skade, pur avendo avuto una vita sentimentale turbolenta non è mai uscita a cena con Ullr.

Comunque il caso è chiaro: tipi del genere nascono ogni 30-40 anni.

Potrebbero praticare qualsiasi altro sport, vincerebbero anche la corsa con i sacchi e lo sprint a “cü ‘ndré”. Perché qualsiasi loro gesto è innato. Appunto: necessita di un minimo apprendistato, un’occhiata alle istruzioni per l’uso; se del caso sarebbero degli ottimi casari.

Noi quando facciamo qualcosa, dobbiamo studiare e imparare, poi, dopo molti anni, quando siamo alla frutta, magari riusciamo a entrare in uno stato di grazia, una specie di “trance” in cui tutti riesce. Siamo passati dal pensiero all’istinto. Quello che dobbiamo fare ci viene automatico, senza necessità di passare attraverso laboriosi circuiti mentali. 

La caratteristica di questi “avatar” è la leggerezza, la facilità con la quale compiono qualsiasi gesto, rimediano a qualsiasi situazione delicata.

La loro innocente, sublime, crudeltà, consiste nel farci credere che anche noi possiamo fare quello che fanno loro: ma certo, Odermatt le curve le disegna, come un informatico che immette nel computer i dati dei vari segmenti di un raggio di curva, di un salto, il punto d’attacco e quello dell’atterraggio, ecc. Semplice, semplicissimo, come mandare una pallina all’incrocio delle linee di fondocampo: una, due, tre, trenta volte, e sempre in uno spazio che va dia 7 ai 10cm. Facile, no, sennò com’è possibile farlo quasi sempre.

Questi tipi, oltretutto, uniscono alla tecnica, al mestiere, l’estetica.

Odermatt domina il gigante, la disciplina base dello sci.  Alle Olimpiadi quando è sceso lui la visibilità era nettamente peggiorata. Pochi gli concedevano la vittoria. Eppure ce l’ha fatta, perché la sua lettura magnetica del percorso compensava il fatto che l’occhio non poteva distinguere le asperità del terreno in uno stato di luce “diffusa”, luce che rende la pista di difficile lettura.

Odermatt è della stessa pasta di Seiler e Killy, e ha più talento di Zurbriggen che doveva lottare per imporsi. Pirmin aveva una maggiore potenza che gli permetteva di sopravvivere gareggiando in tutte le gare, slalom e combinate comprese. Spero che Odermatt lo voglia imitare. Basterebbe un minimo allenamento per portarlo nei primi 20, e fare punti anche fra le porte strette.

Oltretutto, gareggiando con gli svizzeri Stöckli, dà un notevole impulso alla bilancia commerciale. Tutti vogliono i suoi sci.

Odermatt non si monta minimamente la testa. Sempre disponibile, mai un gesto di stizza, mai sopra le righe. 

Santo subito. Anzi no, perché non si sa bene di quale Dio sia figlio: gli dei sono tipi spesso poco raccomandabili, permalosi, vendicativi. Staranno già litigando: è figlio mio, no mio…E giù padellate in testa fulmini negli occhi…

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