Paralizzato, comunica col computer

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Immaginate di essere vivi ma bloccati. Il vostro corpo non è in grado di muovere gli arti, ma nemmeno la testa, o gli occhi, o le labbra. Siete virtualmente paralizzati senza capacità di comunicare con l’esterno ogni vostra minima esigenza. Ma il vostro cervello è lucido.

Una situazione da incubo. È quello che succede ad esempio ai malati di SLA (sclerosi laterale amiotrofica), che nella sua fase più acuta rende il malato a tutti gli effetti un cervello prigioniero di un corpo che non risponde più a nessuno stimolo.

Oggi, grazie al dottor Jonas Zimmerman, neuroscienziato del Wyss Centre di Ginevra, una porta si è aperta.

Grazie a un’interfaccia uomo-computer, Zimmermann è riuscito ad accedere ai pensieri di un malato di SLA, un trentenne completamente paralizzato che è riuscito a comunicare con la sua famiglia e con il personale curante. L’uomo è persino riuscito a chiedere a suo figlio di 4 anni: “Vuoi vedere Robin Hood della Disney con me?”.

Sono 64 i microelettrodi che, impiantati nel cervello, riescono a codificare i pensieri dell’uomo trasformandoli in concetti intelleggibili tramite un computer. Un passo gigantesco per le neuroscienze, che oltre ad alleviare l’angoscia di alcuni malati, apre nuove frontiere in un mondo che ancora sconosciamo poco.

Dunque un paziente bloccato, può comunicare ed interagire: “Questo studio risponde a una domanda di vecchia data sul fatto che le persone con la sindrome del blocco completo, ovvero che hanno perso anche il movimento degli occhi, perdano anche la capacità del cervello di generare comandi per comunicare”, ha affermato il professor Zimmermann.

Ci sono comunque voluti quattro anni per arrivare a questo risultato. Dietro questi proclami comprensibilmente entusiastici, come spesso accade, ci sono anni di lavoro e altri anni per perfezionare farmaci o tecniche che richiedono molto tempo. 

Nessuna bacchetta magica per il domani purtroppo, ma comunque uno spiraglio di luce per il futuro.

Zimmerman spiega che Il partecipante allo studio, che vive a casa con la sua famiglia, ha imparato a generare attività cerebrale tentando diversi movimenti. Questi segnali cerebrali vengono captati dai microelettrodi impiantati e decodificati in tempo reale da un modello di apprendimento automatico. Il modello interpreta i segnali nel senso di “sì” o “no”. Per rivelare ciò che il partecipante vuole comunicare, un programma di ortografia legge ad alta voce le lettere dell’alfabeto. Utilizzando il neurofeedback uditivo, il partecipante può scegliere “sì” o “no” per confermare o rifiutare la lettera e, infine, formare parole e frasi intere.

Un processo un po’ macchinoso, che comunque permette però all’uomo di uscire dalla sua gabbia corporale. I ricercatori del Wyss Center stanno ora cercando di perfezionare la loro tecnologia, lavorando su come abilitare la decodifica del parlato direttamente dal cervello durante il discorso immaginato, che potrebbe portare a una comunicazione più naturale. Un lavoro immensamente complesso e che porta la sfida a un livello superiore.

Comprendere il funzionamento del cervello umano è forse la maggiore sfida dell’umanità in questo secolo, perché capire il cervello e i suoi funzionamenti vuol dire, virtualmente, capire noi stessi e le nostre pulsioni, permette di mettere dei correttivi e di evolvere non solo, forse, tecnologicamente. È il grande augurio che l’umanità dovrebbe farsi.

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