Amo le cose, uso le persone

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Consumismo relazionale. È un’espressione che non immaginavo esistesse. Eppure è perfetta. Serve a definire un’anomalia che, sempre più spesso, caratterizza i rapporti che oggi intercorrono tra i sessi e fra le persone. Il motore, le ragioni alla base di questo tipo di relazione è da ricercare nel modello di società capitalista che ci rende tutti consumatori. Consumatori e merci. Anche degli affetti. Il consumismo non solo stabilisce cosa dobbiamo possedere, ma ha perfino intaccato il modo in cui siamo abituati a stare insieme e il perché lo facciamo. Ed è in questo modo che le nostre relazioni diventano sempre meno importanti e sempre più corte.

La società dei consumi in cui viviamo ci ha cambiato in tutto. Non solo stabilisce, di volta in volta, i nostri bisogni in termini di cose da possedere, ma ha anche modificato radicalmente le nostre relazioni sociali. Con i brand, le marche, che sono diventate simulacri familiari. Il risultato è che, troppo spesso, invece di amare le persone, le usiamo. Ne facciamo uno strumento per i nostri fini utilitaristici. Del resto viviamo nell’epoca dei social, dei like, degli influencer. Ormai siamo tutti un po’ dei banner ambulanti, manifesti pubblicitari a due gambe. E il più delle volte seguiamo i modelli che ci hanno inculcato senza nemmeno accorgercene.

Così le abitudini consumistiche hanno colonizzato anche la sfera relazionale. Il consumismo è riuscito a cambiare i nostri legami modificando la scala dei valori che li regolano. I sentimenti hanno lasciato lo spazio a bisogni egoistici. Usando le persone fino a quando ci servono. Esattamente come facciamo con le cose che compriamo. Quando va bene le usiamo per poi, a un certo punto, buttarle via. Un meccanismo che abbiamo fatto nostro anche in ambito relazionale. Così di persone ne frequentiamo tante e finché ci divertono e va tutto bene procediamo, ma non appena qualcosa va storno, ci liberiamo della zavorra e passiamo ad altro.

Proprio come facciamo con gli oggetti, con le merci. Fino a nemmeno molto tempo fa le cose si aggiustavano e non si buttavano via alla prima crepa. Oggi c’è un’attitudine bulimica che ci porta a vivere di corsa, in un presente usa e getta in cui tutto cambia velocemente e l’insicurezza riguardo al futuro e la paura di soffrire hanno finito per anestetizzare la nostra capacità di relazionarci con chi ci sta di fronte attraverso i sentimenti. Viviamo perciò alla giornata, senza costruire più nulla. Niente figli, niente impegni gravosi. Consumando e basta. Incagliati nell’accumulo di volti, di favori, di transazioni commerciali e rapporti mercenari. Con la precisa convinzione che il possesso è sinonimo di felicità e qualità di vita.

Ma qual è il senso di ciò che facciamo? E quali sono i veri bisogni che dovremmo essere in grado di soddisfare? Come si può tornare a vivere bene? Innanzitutto sarebbe necessario mostrarsi agli altri per ciò che si è davvero, senza infingimenti, facendolo sia nel bene che nella cattiva sorte. Coltivando capacità importanti come quella di vivere insieme, di perdonare, di fare compromessi per aggiustare le cose, trovando un modo di risolvere i problemi attraverso la riflessione e il dialogo. Tutte esperienze che ci insegnano a imparare dagli errori, cementando le relazioni, facendole diventare più mature e profonde. Al contrario, l’individualismo capitalismo, ci rende soltanto più soli e dipendenti dalle cose e dai soldi, mortificando continuamente la nostra unicità di essere umani.

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