Andare in guerra? Preferirei di no

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Certo che questa è una guerra strana. Alla mia generazione, che assorbiva gli strascichi del Vietnam e che si è confrontata con le guerre del golfo, le rivoluzioni in America latina e la guerra in Jugoslavia, questo conflitto appare anomalo.

Anomalo di sicuro, a causa della importante mediatizzazione e soprattutto per l’avvento dei social, che rendono per assurdo ancora più difficile capire quello che succede, tra fake news e propaganda da entrambe le parti. Ecco allora, che se prima stavi poco accorto a ciò che ti si serviva nel piatto, oggi diventi più guardingo di un gatto selvatico, attento a non berti bufale e fesserie varie che imperversano più delle pallottole.

Uno degli esempi di quanto sia strano questo conflitto, è comunque quello dei renitenti. Soldati e ufficiali che, carte bollate alla mano e avvocati al seguito, si rifiutano di andare in guerra. Una cosa bella strana durante un conflitto, che in realtà conflitto non è, e qui sta il cavillo legale. Quella che noi occidentali infatti chiamiamo guerra, per i russi è un’operazione militare speciale.

E non parliamo di disertori, (anche se ci sono), ma di militari che intentano una causa col proprio governo, rifiutandosi di andare a combattere o che una volta coinvolti, chiedono di tornare a casa.

Leggo da Repubblica:

“…è il caso di 12 ufficiali della Guardia Nazionale di Krasnodar. Impegnati in esercitazioni in Crimea, il 25 febbraio hanno ricevuto l’ordine di partenza per l’Ucraina, ma hanno risposto che intendevano restare in Crimea. Il 1° marzo sono stati licenziati, e hanno deciso di rivolgersi a un avvocato. Mikhail Benjash ha accettato il mandato e in un’intervista a Meduza – la rivista dissidente online che sta informando milioni di russi sul reale andamento della guerra – ha spiegato la linea difensiva: “Se ci fosse un conflitto in corso, o una situazione di emergenza, o la legge marziale, allora i termini contrattuali potrebbero essere cambiati senza il consenso degli interessati, e per 6 mesi. Ma qui non c’è un conflitto, c’è solo una “operazione militare speciale”. E la legge non prevede niente in merito. Quindi, tu ufficiale della Rosgvardia puoi andare in Ucraina, ma solo se sei d’accordo”.

Ed è dunque anche questa la guerra di oggi dove i soldati, seguiti dal loro avvocato, contestano alla propria patria il dovere di farsi ammazzare. Una questione profondamente ironica ma anche straniante, che ci fa capire in fondo quanto il mondo sia cambiato, anche se poi appare sempre più uguale a se stesso. Perché una mattanza è una mattanza, anche se fatichiamo ad immaginarci i crociati di Goffredo da Buglione o i coscritti in Vietnam di Westmoreland, intraprendere una causa legale per difendere il loro diritto a non fare la guerra.

Questo agire fa quasi tenerezza e ci ricorda il disertore di Boris Vian, che se ne impippa delle regole e decide di non combattere, oppure lo scrivano Bartleby di Melville, che alle richieste non gradite del datore di lavoro rispondeva semplicemente “preferirei di no”.

Eccola la frase che può uccidere la guerra, la frase che nella sua iconica semplicità contiene dosi massicce di pacifismo, le parole che da sole, se pronunciate da migliaia di soldati, potrebbero impedire immediatamente altri morti. Parole che non saranno però mai pronunciate, se non da una minoranza coraggiosa:

“preferirei di no…”. Quattordici lettere che riassumono sia la pace interiore di chi le pronuncia, perché non sono aggressive e perentorie, sia il gentile dissenso. Un dissenso che però, come sempre sappiamo, stenta a manifestarsi. Perché in fondo siamo tutti gregari, pronti a farci ammazzare per un ideologia o l’altra.

Intanto le richieste di assistenza ad avvocati sono centinaia e vengono da tutti i teatri del fronte. Anche perché la guardia nazionale, era stata istituita per agire contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata, non per entrare in guerra.

Una guerra che ad oggi, si combatte anche nelle aule dei tribunali.

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