Il rifugiato climatico non esiste

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Il riscaldamento globale e i mutamenti climatici si traducono in una crescente carenza di risorse idriche. Sempre più allarmante la penuria di acqua in alcune aree del Medio Oriente e del Nord Africa che si va a sommare al rischio di fame acuito dalla riduzione delle scorte alimentari, a causa della guerra russo – ucraina.

Senza una gestione internazionale responsabile della distribuzione di risorse idriche, succede che qualche paese se ne appropria lasciando gli altri all’asciutto.

E’ quanto sta succedendo in Siria e in Iraq che vedono diminuire la portata di acqua del Tigri e dell’Eufrate, i due fiumi storici che hanno reso fertile l’antica Mesopotamia, culla della nostra civiltà, perché la Turchia ha eretto dighe e costruito bacini idroelettrici (i due fiumi hanno le loro sorgenti in Turchia), con pesanti conseguenze per agricoltura e gli allevamenti a valle di questi invasi.

Stessa situazione per l’Egitto e il Sudan a causa della grande diga che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo.

Se alla riduzione delle risorse idriche disponibili, dovuta alla politica di intercettazioni delle acque da parte di alcuni paesi, si aggiunge il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici, l’aumento della popolazione nei centri urbani e l’inquinamento in crescita esponenziale, è facile prevedere una pericolosa insufficienza d’acqua in tutto il bacino mesopotamico entro una ventina d’anni.

A inasprire l’emergenza idrica nella regione mediorientale contribuiscono annosi problemi strutturali, a causa dei quali metà delle risorse non risultano disponibili perché il sistema di distribuzione è antiquato, non in grado di preservare e trasportare in modo adeguato l’acqua che viene prelevata e messa in circolazione.

A livello internazionale l’agricoltura assorbe il 70% del consumo di acqua mentre, secondo l’ONU, il Medio Oriente e il Nord Africa raggiungono l’80%.

Secondo uno studio del World Resources Institute, 11 dei 17 paesi maggiormente a rischio si trovano nell’area mediorientale.

Nello Yemen, uno dei paesi più poveri al mondo, solo un terzo della popolazione risulta collegato ad una rete idrica e 9 milioni e 400 mila persone sono a rischio di malattie trasmesse dall’acqua, di malnutrizione e da altri fattori di criticità come il conflitto in atto e l’interruzione di servizi pubblici nel settore igienico sanitario.

A Gaza la crisi idrica è dovuta all’esaurimento delle falde acquifere nel sottosuolo costiero, a causa del calo del livello delle acque sotterranee nella Striscia, dove un’unica falda deve soddisfare il 90% del fabbisogno idrico di tutti i residenti del territorio.

A questo si aggiunge il problema della progressiva salinizzazione dell’acqua, tanto da superare gli standard internazionali. Il 98% delle risorse disponibili di acqua non possono essere usate perché non potabili, a questo si aggiunge il blocco imposto da Israele nel 2006 che impedisce l’importazione del materiale necessario per attuare progetti idrici e fognari e per il trattamento delle acque.

Nei prossimi 30 anni almeno 216 milioni di persone saranno costrette ad emigrare a causa degli effetti del riscaldamento globale.

Numeri evidenziati nel rapporto Groundshell della banca mondiale, che ricorda come l’impatto sui mezzi di sussistenza delle persone e l’invivibilità di luoghi altamente esposti ad eventi climatici estremi spingono un numero importante di persone a spostamenti interni o transnazionali, alla ricerca di luoghi più  favorevoli alla sopravvivenza.

Questi spostamenti renderanno i migranti particolarmente vulnerabili alla tratta di esseri umani, una schiavitù moderna, compreso il lavoro forzato.

La correlazione tra cambiamenti climatici e migrazione forzata è oggetto di studio da qualche anno, ma ancora non è riconosciuta nel diritto internazionale, nella Convenzione di Ginevra del 1951 e nelle successive disposizioni normative.

Non è mai stata espressa una definizione giuridica per le persone costrette a spostarsi per le conseguenze dirette (desertificazioni – catastrofi naturali) o indirette (guerre per risorse scarse) dei cambiamenti climatici.

A questo punto non si tratta più soltanto di migranti in fuga da guerre o da povertà, ma di un esodo per la sopravvivenza, di fronte al quale i flussi migratori attuali verso l’Europa diventerebbero poca cosa, travolgendo la retorica di coloro che si ostinano a non vedere la complessità delle cause dietro al fenomeno migratorio, di coloro che non sanno decidere altro se non portare il problema fuori dai propri confini.

La Convenzione di Ginevra definisce lo status di rifugiato in base ad una “comprovata paura di persecuzione” in base a “razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un particolare gruppo sociale o opinione politica”.

Presto sarà necessario ad aggiornare lo status di rifugiato per le milioni di persone che nei prossimi anni potrebbero essere costrette a trasferirsi a causa della crisi climatica.

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