Il Titanic e l’Emilio di Arcisate

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Il Titanic, transatlantico britannico della classe Olympic, venne ingoiato dalle acque del mare al largo di Terranova, in una gelida nottata del 15 aprile del 1912. Un frastagliato enorme iceberg gli tese il fatale agguato durante il chiacchieratissimo viaggio inaugurale, aprendolo come un apriscatole che incide chirurgicamente una scatola di tonno.

Nell’immane naufragio persero la vita circa 1600 passeggeri  e a coloro che sopravvissero non rimase che il fantasma di un dramma da incubo ricorrente , lentamente scivolato nel lenimento del mito.

Emilio Ilario Giuseppe Portaluppi, nato ad Arcisate il 15 ottobre del 1881, uno dei 700 superstiti dell’affondamento del ciclope dei mari, venne ad aprirmi quella mattina del 1967, davvero intrisa degli afrori della primavera, con una doppia formula singolare ” Goodgiorno!” e ” Giurnadayes”

Inseguivo allora il sogno dei diciotto anni e il mio passo era da film western, con quei pantaloni a zampa di elefante che mi trasmettevano la certificazione di mezzo padrone del mond , che l’altra metà non era proprio possibile conquistarla.

L’Emilio era fresco reduce da Alassio, comune che lo aveva adottato conferendogli la cittadinanza onoraria proprio per sottolineare i suoi 55 anni di inesauste spole oceaniche tra Italia e America affinando, viaggio dopo viaggio, quel suo originalissimo slang che lo aveva accompagnato nella crescita  dei contatti lavorativi, da diligente scalpellino a considerato scultore.

Il caffè che mi offrì fu una mezza stilettata al cuore, un infuso di arabica del Barre dove la mortifera polvere dei sassi picchiettati pareva essersi infilata pure nella zuccheriera di  peltro animato da salti di delfini. 

Osservavo la montatura piuttosto marcata degli occhiali e scrutavo i suoi occhi che erano un continuo guizzo di pensieri vispi, mentre le orecchie prepotentemente a sventola parevano una entità a parte , dentro un corpo segaligno ma ancora aperto a una mimica ineguagliabile.

Il “Portaluppi del Titanic” non amava particolarmente le domande e fu un vulcano di moto proprio per una buona ora, così concitata da non concedermi la tregua di un mezzo appunto.

E la sua espressione, dalla profondità di una vecchia poltrona quasi spompata, pareva inseguire i giganteschi comignoli del mitologico mostro lungo 296 metri e pesante 46.000 tonnellate, quasi un proiettile sulla superficie delle increspature di Nettuno poiché pressante era l’imperativo di stabilire un record di traversata.

Non mancava l’estro dell’allegoria al mio interlocutore, una sorta di vena poetica profondamente malinconica : 

“E poi lo spropositato orso bianco menò gli artigli nel bel mezzo della rotta commerciale”.

Il racconto accelerava dentro una sorta di ansimare ritmato e si mischiavano i riferimenti agli orchestrali che “erano omini dentro un carillon di ottone ghiacciato sotto la volta stellata” , gli accenni agli ordini concitati degli ufficiali di bordo e le narrazioni delle rigonfie paure dei passeggeri, uno sconfinato gruppo del Laocoonte sbracciante alla disperata ricerca di una scialuppa, unico aggancio a uno straccio di speranza.

Intanto le lingue si fondevano e un certo Mister Baley diventava Mister Baloss e dentro un “What’s is going to happen” si intrometteva forse l’ultima frase di un suo amico cuoco comasco , impegnato ad azionare una carrucola a tutte braccia ansimando  “Sunt mia chi a fa balà la scimbia”.

Alle 2 e 20 , dentro un biblico rigurgito, la sagoma del Titanic si impennava in una schiantante verticale, spezzandosi in due tronconi.

Il Portaluppi trovava il tempo di recitare un quarto di AveMaria e poi il tuffo, precipitevolissimevolmente, da venti metri di altezza , a “fevara fregia” come un mattone forato, un “quadrell furaa”.

L’acqua gelida, qualche mezza bracciata sfibrata, le gambe che paiono slegarsi dal resto del corpo, la massa di terrore che si scompone nel mistero di un torpore trafitto da invocazioni e da grida e da schianti e da pianti umanissimi , mentre ” Quattr’ass” di legno reggevano un bambino “un scigulin” il cui volto pareva “quagiava”, latte cagliato acido.

E poi , come nelle favole più incredibili, delle mani che ti abbrancano dal suadario di gelo ,una coperta calda e un goccio di grappa ” la più buona che avessi mai bevuto, my God”.

Una vampata di calore , “un scisciabobò on the top “, aveva puntigliosamente puntualizzato il superstite valceresino, accompagnandomi alla porta.

E dall’intraducibilità dello “scisciabobò” riuscii nel tempo a individuare una traccia che abbozzava il gesto del succhiarsi le dita ma soprattutto l’idea  ” dell’avercene di roba simile “.

Dal crespuscolo del Titanic alla scialuppa dei fantasmagorici conforti del dialetto.

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