La Cesira e la strage nazifascista

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È morta Cesira Pardini, a novantasei anni e nel suo letto, antica testimone dell’eccidio nazifascista di Sant’Anna di Stazzema, medaglia d’oro al merito civile per aver sottratto alle grinfie delle pallottole e delle granate, due sue sorelline, Adele e Lilia con un altro bimbo.

Nella atroce strage, costata la vita a 560 civili inermi, vennero massacrate la mamma e altre sue due sorelle, Maria e Anna.

Anna aveva una ventina di giorni e le stelle cadenti, qualche nottata dopo, strisciarono il cielo con un chiarore particolare per raccontare alla umanità certe storie che solo gli astri possono sussurrare, proprio per la loro protettiva e infinita lontananza dalla bestialità e dalla crudeltà di certe mostruose azioni di guerra, così inconcepibili da sfidare il lenimento del tempo.

La Cesira cullava i suoi magnifici diciotto anni quando all’alba udì un gran rumore che racchiudeva lo stonato fragore di cingolati e lo stridore ostrogoto di mille voci che spellavano l’aria mattutina di  Sant’Anna, eletta a zona bianca dai tedeschi, giusto per favorire l ‘accoglienza della popolazione civile sfollata.

Tre compagnie di soldataglia, gli eroici giustizieri della Panzergrenadier-Division “Reichsfuhrer -SS”, seccamente comandati dal Gruppenfuhrer Max Simon, fiancheggiati dalla crema di alcuni impavidi collaborazionisti italiani, circondarono l’abitato della piccola e dolce frazione di Stazzema.

Un quarto reparto si era attestato più a valle , appena sopra il paese di Valdicastello, nel luccichio imponente di mitragliatrici e di elmetti strofinati a puntino: ogni eventuale via di fuga diventava la cruna di un ago e alle sette -l’ora di un tocchetto di pagnotta pucciata nel latte cremoso di vacca-  le sparute sagome delle case apparivano efficientemente sotto tiro.

Giorni prima, gruppi di partigiani avevano abbandonato la contrada senza per altro aver effettuato particolari azioni militari e le abitazioni brulicavano di una moltitudine di umanità speranzosa, approdata in una sorta di spazio omologato come porto franco dal lungimirante garantismo della amministrazione teutonica.

Poco prima che le SS dessero la stura alla loro scrupolosa procedura di “soppressione filantropica” , si era visto un concitato e sparpagliato fuggi fuggi degli uomini del paese sciamanti verso le folte macchie della boscaglia per fuggire alla deportazione sicura.

Era rimasto il biblico concerto degli inermi, dei più deboli e dei più indifesi: vecchie e vecchi, donne e bambine, bambini con tanti gatti e tanti cagnolini scodinzolanti, qualche canarino nella gabbietta senza osso di seppia, fiati caldi di muli e di mucche fra balle di fieno.

I nazisti rastrellarono i civili, dentro il vortice di squassanti spintoni e voci imperiose, rinchiudendoli nelle stalle e nelle cucine per poi trucidarli  riducendoli a brandelli con sventagliate interminabili di mitra, con bombe a mano, con colpi di rivoltella alle tempie e con sadiche stoccate di calci di fucile sulle ripiegate nuche.

La mattanza richiese una buona mattinata di laboriosa produttività. La consultazione di alcuni documenti tedeschi uccide, ancora oggi,  una seconda e una terza volta, e mille volte ancora :  “effettuata con successo una operazione contro le bande” , “eliminati 270 banditi” “catturati 353 civili sospettati di connivenza”.

Il massacro si consumò inizialmente sulla piazza centrale del borgo dove vennero trascinate decine di persone davanti a un plotone di esecuzione.

Era il 12 agosto del 1944 e la Cesira, che di cognome faceva Pardini, sopravviverà – chissà come ammesso che ci sia un perché – a un fatto aberrante che sarebbe diventato l’incubo ricorrente di ogni notte della sua lunga vita.

” L’ultima volta che vedo la mia mamma per terra c’è un pollo sulla sua testa. Lo mando via e prendo tra le mani la testa della mia mamma, quasi non la riconosco, gliela rimetto a posto, così…a posto con le mie mani, alla mia mamma…nell’altra stanza c’è mia sorella Maria ,quella con le ferite più gravi. La piccolina, quella che stava in braccio alla mia mamma, muore dopo venti giorni, il 2 settembre. La mettono in una scatola di cartone e la seppelliscono al cimitero, accanto alla mamma. La Maria muore il giorno dell’arrivo degli americani a Valdicastello, il 19 settembre”.

Come avrà mai fatto la Cesira, la incredibile Cesira, a navigare lucidamente nel mare dei suoi anni tormentati dalla ghigliottina dei ricordi?

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