La verità sui 43 studenti massacrati

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È il 26 settembre 2014, siamo in Messico. Più precisamente siamo nei pressi della cittadina di Iguala, nello stato del Guerrero. 

Circa un centinaio di studenti della scuola agraria di Ayotzinapa si recano a Iguala. L’idea è di prendere tutti assieme il bus per andare a Città del Messico, a protestare contro le riforme all’educazione. D’altra parte, studenti e docenti della scuola agraria di Ayotzinapa, sono storicamente conosciuti in tutto il Messico per il carattere “radicale e militante” della loro attività politica.

Per farla breve, una volta a Iguala le cose vanno per il verso sbagliato. Scoppiano leggeri scontri tra studenti e autorità federali determinate a non permettere loro di raggiungere la capitale. In uno dei capitoli più bui della storia messicana recente, 43 studenti scompaiono dopo gli scontri. Rapiti dai cartelli dice la polizia, quei bus trasportavano droga all’insaputa degli studenti. 

Inizialmente c’è speranza. Si pensa che magari sarà possibile salvarli pagando un riscatto. Questa speranza dura poco. Il giorno dopo viene ritrovato un corpo, quello di Julio César Mondragón, con gli occhi cavati e la testa completamente scorticata. 

Il dolore è tanto, la gente scende in piazza. Ma purtroppo, queste sparizioni non sono rare nell’America latina. Ancora meno se si parla di politica. La versione ufficiale dei fatti emanata dal governo convince così poco che viene chiamata sarcasticamente “verità storica” dalle famiglie delle vittime. Si sospetta il coinvolgimento dell’esercito o della polizia, ma mancano prove. 

Le proteste nei giorni seguenti sono sufficienti a convincere la governatrice di Guerrero a dimettersi. Serve comunque a poco: si ritrova qualche sacchetto sporco di sangue, alcuni altri resti umani, ma la speranza di scoprire i veri colpevoli si affievolisce sempre di più. Poi una svolta:

Nel dicembre del 2018 viene eletto Andrés Manuel López Obrador, candidato socialista che corre con il Movimento Nazionale di Rigenerazione. Uno dei suoi primi atti come presidente è creare una commissione che scopra la verità sulla sorte di quegli studenti scomparsi anni fa. 

E dopo anni, la verità finalmente salta fuori. Secondo il rapporto conclusivo recentemente pubblicato al termine di un’investigazione durata anni, la polizia locale è direttamente coinvolta, in collusione con il cartello dei “Guerreros Unidos”. I giovani sono stati arrestati e immobilizzati, per poi essere consegnati ai criminali affinché essi “se ne sbarazzassero”. 

Le famiglie delle vittime avevano ragione. D’altronde loro in Messico ci vivevano, e il paese è noto per il livello di collusione tra autorità e crimine organizzato. Gran parte dell’economia e del territorio messicano sono ancora in mano ai cartelli. 

A distanza di quasi otto anni, finalmente viene fatta giustizia. Si diramano mandati di arresto, parte la caccia ai principali artefici della “verità storica” di cui sopra. AMLO, acronimo con cui è conosciuto il presidente Obrador, è se non altro riuscito a lavare una delle tante macchie che coprono lo stato messicano. Spesso elogiato per il suo carattere sociale e riformista, Obrador ha ancora un sacco di lavoro da fare se vuole ripulire un paese come il Messico – ma almeno siamo sulla strada giusta. 

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