Lanegan, una voce nel buio

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Prima con gli alberi che urlano e poi con le regine dell’età della pietra. In mezzo una lunga e sorprendente carriera da solista. Ma numerose sono state pure le collaborazioni. Grossomodo potremmo sintetizzarla così la carriera musicale di Mark Lanegan. Del gigante buono dai denti d’oro. Dell’ex cantante degli Screaming Trees e dei Queens of the Stone Age, morto qualche settimana fa all’età di 57 anni. 

Era amico di Kurt Cobain e di Layne Staley, entrambi morti tragicamente, uno suicida l’altro di overdose. Anche Mark, proprio come loro, aveva camminato per buona parte della sua vita in equilibrio sul filo del rasoio. Tra alcol, droga e depressione. Che riposino in pace. Eppure le loro voci non ci lasceranno in pace ancora per molto. La rabbia giovane. La cognizione del dolore. Il lamento e l’ira di una generazione. 

Lanegan, lui era nato a Ellensburg, una piccola città a 130 miglia da Seattle, in una famiglia incasinata come tante. E com’è accaduto troppo spesso, pensando al mondo della musica, la sua è stata una morte dolorosamente prematura. In fondo però, a pensarci bene, le vite che Mark ha attraversato in mezzo secolo e un po’, sono state più d’una. E le canzoni, i versi che ci ha lasciato rimarranno qui con noi. Un regalo impreziosito da quella sua voce. Inconfondibile. Unica. Un po’ Tom Waits e un po’ Leonard Cohen.

“Ma guarda Mark, guarda come sale sul palco, si piazza sull’asta del microfono, un pugno tatuato a metà dell’asta, l’altro appoggiato sopra il microfono, immobile, massiccio. Quando poi arriva il momento di cantare, Mark semplicemente apre la bocca e ci regala quel suo blues carico di vita. Un blues vero, guadagnato con fatica, e quella voce ti lacera, perché la sua forza sul palco è l’umiltà.” Queste sono le parole con le quali, Nick Cave, ha voluto ricordare l’amico e compagno di palco subito dopo la sua morte.

Ma Nick Cave non è stato l’unico. Gli attestati di stima per il crooner, per il poeta del grunge sono stati tantissimi e in qualche caso perfino inaspettati. Così come inatteso, lo scorso anno, era stato il Covid. Un calvario nel corso del quale Mark si è scoperto sordo e incapace di camminare, finendo addirittura in coma. Esperienza raccontataci in un libro. Nel suo memoir “Devil In A Coma”. Nel quale Mark Lanegan ripercorre proprio questa sua ultima terrificante esperienza. L’ultima tappa di una vita dolorosa e struggente, vissuta come se ogni giorno fosse l’ultimo, bruciando al doppio della velocità di noi comuni mortali.

Entrando e uscendo dal coma, la mente e il corpo di Lanegan sono stati lasciati oscillare tra la vita e la morte, incapaci di camminare o funzionare per molti mesi. Assalito da incubi, visioni e rimpianti per una vita vissuta ai margini del caos e del disordine. È spinto a considerare la sua situazione e come, nel suo sesto decennio, la sua battaglia di tutta la vita con la mortalità ha portato a questo banale incontro finale con una malattia che ha colpito milioni di persone, quando apparentemente ha ingannato la morte per tutta la sua esistenza”. Così, si racconta nella quarta di copertina di un libro “Devil In A Coma” che rimarrà come una sorta di testamento, insieme al video qui sotto pubblicato un paio di settimane prima della sua morte.

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