Le tre vie che portano all’Eden

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Ci sono tanti modi per descrivere il dolore. Quello di Eshkol Nevo è unico quanto irrinunciabile. Lontano dalle accademie letterarie si direbbe «tanta roba»!

«Le vie dell’eden»: tre racconti, come per i «Tre piani» del 2015 poi magistralmente tradotti in immagini da Nanni Moretti. Ancora dolore, mai declamato ma sussurrato, quasi fosse una confessione. Ancora Eshkol Nevo, premiato scrittore israeliano. 

I tre racconti sono indipendenti uno dall’altro, almeno fino alle ultime pagine del libro, ma non è questo l’importante. Quel che conta qui è lo sguardo dello scrittore: quasi timido e imbarazzato ma sempre profondo. Che descriva la scomparsa nel giardino dei limoni del marito in passeggiata con la moglie (e qui ci sono anche significati religiosi) oppure l’incontro apparentemente sconcertante con la fresca vedova, in attesa di organizzare il funerale del marito morto in circostanze dubbie. O ancora nel medico che si ritrova vittima di una sua studentessa e non si accorge che la soluzione non sta nelle risposte ma nelle domande. Insuperabile nella semplicità con cui sa tessere e descrivere i rapporti umani, Nevo accompagna il lettore in un antro della psiche inedita ma … comune a tutti. «Scrittura casual» ha sentenziato Piperno e forse miglior definizione non c’è. Perché lo scrittore israeliano evita i voli pindarici, si distanzia dalla facile retorica. Non disdegna il particolare, pur non enfatizzandolo come Paul Auster: praticando sempre la semplicità. Ed è uno dei massimi complimenti possibili.

I tre racconti sono uniti da un fil rouge visibile solo in fase di rielaborazione da parte del lettore, cioè appena arrivati alla fine: un’esigenza di contatto fisico da parte di tutti i personaggi presenti. Neanche fosse una risposta alle limitazioni imposte dalle misure sanitarie anti-pandemia… . C’è sempre una contiguità concreta che va a definirne uno intellettuale se non spirituale. Perché le strade che portano al giardino dell’eden («le vie» del titolo) sono impervie, piene di tentazioni e cariche di solitudine. Sì perché nella ricerca dell’abbraccio vi è come un’autodimostrazione di esistenza: «lo cerco e lo faccio perché ho un bisogno fisico di esserci, di essere io». Nell’incontro tra i due primi protagonisti i corpi parlano meglio delle bocche, il medico del secondo racconto ha sì sfiorato il seno dell’assistente ma è stata una cosa fortuita, che poi ha generato impensabili conseguenze. E la scomparsa nell’agrumeto del racconto finale apre voragini di dubbi, e ricordi, e … . 

L’altra bellissima costante delle tre narrazioni è data dal fatto che i tre protagonisti vengono chiamati, davanti ai loro avvocati, a fornire una loro «versione scritta» dei fatti. La scrittura come rielaborazione del pensiero e/ ricerca della verità, una sorta di confessionale intimo e spietato. Qui la potenza di Nevo si fa debordante. Perché la conclusione, o verità, semplicemente non esiste: ne sopravvive solo una qualche disparata versione. Ma le parole «bastano» ? Oppure è di nuovo dolore e confusione e …, o ricorso alla fisicità ? Solo una piccola certezza alla fin fine emerge, quella per cui all’individuo resta la condanna-consolazione della dipendenza dell’altro. Detto in altre parole: la vita.  Davvero un testo bello e importante quello de «Le vie dell’Eden».  

«Le vie dell’Eden», 2022, di ESHKO NEVO, tr. Raffaella Scardi, ed. Neri Pozza, 2022, pag. 249, Euro 18,00.

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