Nessuno deve vivere sottoterra

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Pareti delle docce ammuffite e scrostate per l’umidità, spazi bui o illuminati al neon perché nel sottosuolo non c’è luce. Pavimenti in cemento e vetusti lettini in metallo a castello. Questo è quello che il ricco Ticino, perché rispetto alla maggior parte del mondo è ricco, offre ai rifugiati che vengono respinti. Fortunatamente, ora, quell’obbrobrio che era il bunker di Camorino è stato chiuso e i rifugiati trasferiti altrove.

La situazione aveva creato problemi e tensioni, sia tra i profughi che con chi riteneva la collocazione intollerabile (leggi qui sotto)

Io che le conosco, vi dico che le nostre carceri sono molto meglio. E non mi si venga a dire che anche a militare si sta nei bunker (e ci sono stato pure io). Certo, ci risiede qualche giorno e poi si torna alla nostra vita normale, con una casa, degli affetti e una toilette che non sembra appena uscita da un pessimo film sugli slum di Calcutta. E soprattutto non ci passi mesi oppure anni, come un profugo eritreo che ha risieduto tra quelle mura di cemento fatiscenti per ben 6 anni. Un infamia che fa accapponare la pelle.


È il collettivo antirazzista R-esisitiamo a sottolineare, con un comunicato, la vergogna di questa situazione al limite della legalità, se non addirittura oltre la stessa:


“Dopo anni di pressioni, lotte, presidi, scioperi della fame, petizioni, discussioni è giunta finalmente la decisione di mettere – momentaneamente – fine a quella vergognosa e indegna situazione che risponde al nome di bunker di Camorino. Una decisione forse in parte inaspettata ma che testimonia come da anni le autorità politiche di questo cantone, coadiuvate dai vari uffici cantonali (popolazione e migrazione) e dalle varie strutture gestionali (Croce Rossa, SOS, Securitas, ecc.) abbiano lavorato in un contesto di perfetta illegalità, facendo vivere delle persone sottoterra in condizioni disastrose.

Illegalità in quanto le norme di abitabilità, di edilizia, di igiene, sanitarie non sono mai state rispettate…”

Un comunicato che, a ragione, non fa sconti sull’ignavia e la noncuranza con cui per anni è stata gestita la questione, che rimane un’onta per un Ticino civile e democratico. Due rappresentanti del collettivo hanno potuto vedere coi propri occhi la situazione, che abbiamo già parzialmente descritto:

“…Il bunker (…) è ancora più desolante e fatiscente di quanto le fotografie ricevute da persone ormai rimpatriate con la forza, ci abbiano lasciato intendere. Ed è qui riassunta l’illegalità di cui sopra: nessuna struttura – gestita soprattutto dal cantone, che dovrebbe dare l’esempio – dovrebbe mai rimanere aperta un giorno in più in queste condizioni. Pessima qualità dell’aria; le 2 (!) docce e i 2 (!) WC umidi, pieni di muffa e malfunzionanti; spazi piccoli e nessun armadietto dove riporre le proprie cose; letti traballanti e mal messi…”

Alla fine del comunicato, il collettivo chiede alle autorità:

“1. Che nessuna persona venga più tolta da situazioni abitative decenti per essere spostata in luoghi insalubri e non pensati per alloggiare persone per periodi oltre qualche giorno (es. bunker).

2. Che le persone lì sotterrate siano rapidamente rialloggiate in appartamenti e/o al limite in un centro. Non devono per forza stare assieme, non sono una famiglia che non andrebbe separata.

3. Che cessi immediatamente la politica dei rimpatri forzati.

4. Che a chi lo richiede venga data da subito la possibilità di poter svolgere un’attività lavorativa legale con un permesso di lavoro.

5. Che la possibilità di un alloggio decente, di un permesso di soggiorno, l’accesso alla sanità, alla scolarizzazione sia garantito a tutte le persone che ne fanno richiesta.

6. Che quel luogo fatiscente di desolazione e di morte venga immediatamente chiuso e mai più reso funzionante!

7. La libertà di circolazione e di spostamento per tutte e tutti.”

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