Povera, povera Carol

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Non è mica distante la Val Camonica, si sale dal bresciano, è una di quelle valli sorelle dove le culture lepontiche, che colonizzarono anche le valli ticinesi, vissero serenamente per secoli prima dell’arrivo dei romani.

È lì, in val Camonica, in località di Borno, un paese che ricorda un po’ i villaggi Valser e un po’ l’Engadina, in una valle come le nostre con i castagni e i dirupi, con le sassaiole e le faggete, che è stata trovata fatta a pezzi Carol Maltese. Una ragazza graziosa, da innamorarsi, con due occhioni castani e un viso gentile e sbarazzino. 

Una di quelle ragazze che ti viene di sorridergli perché non mette soggezione, e nello sguardo regala una serenità che magari non prova.

Carol era mamma di un bambino di 6 anni e faceva la pornostar. Inutile dire che il rispetto per questa donna è dovuto a prescindere, con l’idea che chi riesce a mantenersi con quello che riesce a fare, merita perlomeno la considerazione e il rispetto dei suoi simili. Eppure, inevitabilmente, il tarlo divora. Perché faceva un mestiere che la nostra società ancora ritiene “sconveniente”, sporco, qualcosa di cui vergognarsi. E allora ammettiamolo, la curiosità si moltiplica, (e mi ci metto pure io) e si vuole capire, sviscerare, indagare negli interstizi di una vita che non conosciamo. 26 anni, un bambino piccolo, e una carrierina a luci rosse davanti a se.

Il mondo del porno è come Hollywood, promette grandi guadagni ma poi spesso ti mastica, ti divora e ti sputa in pezzi. Questo è successo a Carol, ma non per colpa del porno, bensì per mano di un impiegato di banca milanese, Davide Fontana, vicino di casa assassino con cui aveva avuto una relazione. Possiamo di nuovo scomodare la violenza sulle donne, il femminicidio, oppure accettare che i mostri viaggiano accanto a noi, fantasmi di sangue rivestiti di pelle pallida, che non notiamo finché non affondano il coltello.

Non c’è preavviso con certe persone, semplicemente esplodono come petardi, colpendo con le loro schegge chi hanno di fronte.

L’uomo che ha cercato goffamente di deviare le indagini, ha usato il telefonino di lei per mandare messaggi dicendo che voleva lasciare il mondo del porno. A identificarla i tatuaggi, ben visibili nelle scene di nudo, che la contraddistinguevano come impronte digitali. Tatuaggi rimasti a decorare quei pezzi prima finiti in congelatore e poi nei boschi della Val Camonica.

Nemmeno i social hanno pietà di Carol e come si sa, nella massa, qualche povero imbecille non trova di meglio che fare humor nero su un cadavere martoriato.

Quattro sacchi neri della spazzatura per contenere i resti di Carol, che nessuno ha cercato negli ultimi due mesi. Tanto tempo infatti è passato dal suo omicidio. Due mesi in cui solo i fans di Carol pornostar hanno ricordato che quei tatuaggi erano gli stessi della ragazza che dava a loro momenti di piacere in differita. Solo loro hanno pensato a lei. 

Il suo assassino, Davide, era anche un food blogger. È straniante vedere la sua pagina dove parla di bucatini all’amatriciana e intervista delle fashion blogger che mangiano hamburger.

Davide è il solito mostro della porta accanto, quello che magari portava la spesa alle vecchiette, quello di cui tutti dicevano: “era così gentile e riservato”. 

Una storia di periferia milanese, una storia che sta bene adagiata tra le brume fredde della padana come un serpente in letargo. Una storia di carne e solitudine che lascia solo l’amaro in bocca.

Come tutte queste storie ma questa forse ancora di più per quei due mesi, dove in fondo, nessuno si è preoccupato di che fine avesse fatto Carol. 

Carol che ora vive ancora solo nei suoi video crudi, come la fine che ha fatto.

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