Ribaltone alla guida di Pakistan

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Mentre l’attenzione di tutto il mondo è concentrata sulla guerra russo-ucraina, il Pakistan ha affrontato una crisi istituzionale risolta con l’estromissione di Imran Khan, primo ministro dal 18 agosto 2018, sfiduciato a seguito di un’accusa di cattiva gestione in ambito economico e in politica estera.

L’esecutivo del primo ministro Shahbaz Sharif è stato votato l’11 aprile da 174 deputati su 342, coalizzati in partiti piuttosto diversi fra di loro, dopo che più di 100 legislatori del partito di Khan sono usciti dall’Assemblea Nazionale in segno di protesta.

Il settantenne nuovo premier, già travolto nel 2017 da una accusa di corruzione per rilevazioni contenute nei Panama Papers, è il leader della Lega Mussulmana di Pakistan (Muslim League) ed è il fratello di Nawaz Sharif, che aveva ricoperto la carica di primo ministro per ben tre volte.

Il Pakistan il cui nome Significa “terra dei puri” paese dei colpi di scena e dei colpi di Stato, è la sola potenza atomica del mondo islamico, è il principale alleato cinese ed è in stretti rapporti con la Russia.

Il caos politico istituzionale è iniziato il 3 aprile (dopo settimane di feroce contesa politica), quando il Vicepresidente del Parlamento Qasim Suri, fedelissimo del premier, ha fatto cancellare dall’ordine del giorno la mozione di sfiducia contro Imran Khan da parte del partito Tahreeke-e Insaf*, quando a causa del ritiro di un paio di deputati, non aveva più la maggioranza dei voti dell’Assemblea.

La clamorosa mossa di Suri è stata motivata perché contraria all’articolo 5 della Costituzione che recita l’obbligo di lealtà allo Stato, appoggiando di fatto la tesi di Khan secondo cui dietro alle defezioni parlamentari della sua coalizione vi sarebbe un complotto internazionale guidato dagli USA.

Tesi esposta da Khan durante la sua visita a Mosca, mentre i carri armati russi invadevano l’Ucraina, dovuto anche ai legami stretti con la Cina per il progetto commerciale di oltre 60 miliardi di dollari nell’ambito della “Nuova Via della Seta”.

Dal suo arrivo nel 2018, Imran Khan aveva accelerato il processo di revisione degli orientamenti strategici del Paese, posizionando il Pakistan sempre più all’interno del multilateralismo e dell’integrazione euroasiatica, dinamiche che fanno capo a Cina e Russia.

Cosi facendo il popolarissimo ex campione di cricket si era guadagnato l’ostilità di Washington e i malumori dei vertici militari, tradizionalmente legati agli USA.

Ottenuta la cancellazione del voto di sfiducia, Khan incassa pure lo scioglimento del Parlamento da parte del presidente Arif Alvi, con l’indizione di elezioni entro 90 giorni, in anticipo di un anno rispetto alla fine della legislatura prevista per il 2023.

L’opposizione si solleva contro queste decisioni e si rivolge alla Corte Suprema contestando la legittimità del voto di sfiducia.

Dietro la defenestrazione del governo di Khan, già da tempo in difficoltà per la grave situazione economica, ci sarebbe la sfiducia dell’esercito.

Attore fondamentale da sempre l’esercito, reso particolarmente forte da un arsenale di armi atomiche in costante crescita, ha governato indirettamente per più  della metà dei suoi 75 anni di storia, rovesciando sovente i governi eletti.

Il programma nucleare pakistano nasce per la sua contiguità e rivalità con l’India.

Il paese porta a termine il primo test nel 1974 e consegue lo status di potenza nucleare nel 1998 con il premier Nawaz Sharif.

Il 7 aprile scorso, la Corte Suprema blocca il tentativo del primo ministro di rimanere in carica, dichiarando illegale il tentativo di sciogliere il Parlamento e indicendo elezioni anticipate, ponendo le basi per un nuovo voto di sfiducia.

I giudici hanno riconvocato i parlamentari per il 9 aprile e l’Assemblea Nazionale ha votato la sfiducia destituendo Imran Khan.

E’ evidente che con il nuovo primo ministro il Fondo Monetario Internazionale, che aveva sospeso un prestito di 6 miliardi di dollari al Pakistan, potrebbe riattivarsi in fretta dal momento che Shahbaz Sharif è meglio disposto verso l’occidente.

Il nuovo governo, forte dell’appoggio dell’esercito, punterà a governare fino alla fine della legislatura prevista per ottobre 2023, con il difficile compito di far fronte alla devastante crisi economica, di riformare la legge elettorale e di tenere unita una coalizione cosi eterogenea.

*Movimento per la Giustizia del Pakistan

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