Sono felice, dove ho sbagliato?

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Si ride tanto con Diego De Silva: mai inutilmente. I suoi paradossi lasciano sempre qualcosa al lettore, i colpi di scena poi fanno il resto. In quale causa sarà mai stato scaraventato Vincenzo Malinconico, l’avvocato anti-eroe seriale di Diego Da Silva, in «Sono felice, dove ho sbagliato?» (ed Einaudi).

Alla sua sesta avventura il maldestro magistrato, anche preoccupato dalle minacce di un violentatore che lui ha aiutato a far condannare, controvoglia si ritrova coinvolto in una situazione assurda: una improbabile cliente vuole giustizia per motivi passionali. Lei è coinvolta in una «situazione sentimentale complicata»: da un po’ di anni condivide una storia d’amore con un uomo sposato che non vuole saperne di lasciare la moglie. Maria Egizia detta Ega, questi nome e soprannome della querelante, si sente rafforzata dal fatto che, come lei, sono diverse le donne a dover dividere il talamo con ammogliati. Dunque è ora di ottenere giustizia. Alla causa, alla causa!, di più: causa collettiva (la cosiddetta class action) contro l’infelicità di coppia: «Perché non portare alla cognizione di un giudice lo stato d’infelicità di chi staziona da anni in un rapporto sentimentale senza prospettive»?… «perché uno che ti stravolge la vita non dovrebbe essere perseguibile?». questo l’assunto di partenza. Inutile qui aggiungere che la denuncia, anche alimentata dal capo e collega di Malinconico, il titolare dello studio Benny Lacalamita (altra figura memorabile, oramai «spalla» irrinunciabile al nostro eroe), prende pieghe irresistibili. I paradossi si succedono a ritmo continuo, le battute si sprecano e per il lettore non c’è verso di abbandonare la pagina. Anche perché il «fuori onda», vale a dire il pensiero di Vincenzo, è spassoso come non mai. 

Come ad esempio quando rievoca una telefonata con la figlia Alagia e suo genero Heidegger (Malinconico è così, battezza le persone): «E insomma abbiamo fatto un po’ di Mulino Bianco virtuale, Heidegger ha detto la sua puttanata d’ordinanza, tipo che l’addome di Alagia (ha detto proprio addome) era il bunker della loro felicità».  O quando dibatte con il collega di istruttoria… «Ma poi Benny è venuto nel mio ufficio a parlare d’altro. Ma proprio argomenti a capocchia che non si capiva da dove tirasse fuori. Al che gli ho detto che non aveva senso che cambiasse discorso quando non lo aveva neanche iniziato, e che non mi doveva nessuna spiegazione… ».

Brillante e caustico, De Silva pratica un’arte difficile, quella del far ridere. Un’operazione tutt’altro che semplice: magari con una battuta azzeccata ce la si può cavare, al limite con una barzelletta … . Ma in un racconto ? Di più : in un romanzo ? Di più al cubo: in una serie di romanzi ? L’impresa è pressoché impossibile. A meno che non ci si chiami Diego De Silva. Uno che ha capito una cosa semplice ma per questo difficile: la comicità, quella vera, frequenta la serietà. Lui è uno scrittore che, finita di leggere l’ultima pagina, fa venire voglia di telefonargli per dirgli semplicemente «grazie». Anche perché i suoi finali, ed è dal 2007 che la storia si ripete, sono semplicemente strepitosi: commoventi e profondi, quelli che fanno scattare il sorriso amaro. E dopo tanta ilarità è una medicina.

«Sono felice, dove ho sbagliato?», 2022, di DIEGO DE SILVA, ed. Einaudi, 2022, pag. 238, Euro 17,50.

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