Sulle nuvole siedono gli angeli

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Sono storie che crescono come girasoli in un campo, quelle delle persone che muoiono in Ucraina. Sono storie struggenti che fanno male, nascoste tra le pieghe della terra e trafitte tra i piloni divelti in cemento armato.

Sono storie arrugginite di ferro esploso, di fuoco liquido e di schegge roventi. 

Le pianure ucraine, 80 anni fa chiesero il loro tributo enorme di caduti, forse è per questo che il grano e i girasoli crescono così rigogliosi, in un rituale azteco in cui il sangue dei prigionieri sacrificati rende fertile la terra.

Ed è triste e stancante, ascoltare le storie. Tutte le storie che anche da altre guerre vengono col contagocce, raccontate da reporter coraggiosi o da testate che vedono nel sud del mondo una parte del nostro, mentre altri ignorano.

E i somali, gli afghani, i siriani, continuano a morire e le loro storie sono uguali a quelle degli ucraini e dei fantaccini russi. Perché la guerra divora tutti, da una parte e dall’altra, lo sappiamo da sempre. Ma per la gente lontana, quei famosi profughi di serie B, non c’è ricordo. Siamo in pochi a continuare ad avere un occhio sulle altre guerre, sui migranti morti in mare, sui bambini in Palestina, sulla minoranza Rohingya, su tutto quel caleidoscopio di disperati che ogni giorno costruiscono le loro storie di tragedia, con i padri che perdono i figli, le nonne che vedono scomparire i nipoti, divorati dal mare o masticati dalle bombe.

I media impietosi ci accoltellano ogni giorno, almeno a noi che vediamo la sofferenza negli occhi altrui. 

Vediamo le unghie laccate di Iryna sporche di fango, una mano bianca riconosciuta dalla sua insegnante di trucco. Una mano esanime con appiccicati i sassetti della strada nera di umidità.

Vediamo i dolci e acquosi occhi mediorientali nelle foto di di Armin, Benjamin e Sumaia, di 4,3 e 2 anni, dilaniati dalle bombe statunitensi cadute vicino all’aeroporto di Kabul l’anno scorso. 

Vediamo galleggiare i 90 cadaveri di migranti affogati al largo della libia all’inizio di aprile, che si aggiungono alle migliaia degli anni passati, ricorrenti come fiori sbocciati a primavera.

Le storie, lo sappiamo, umanizzano le persone. Anche quella del fantaccino russo di vent’anni curato dai medici ucraini e che continua con la sua litania “siete tutti nazisti, vi uccideremo tutti…”. Che gigantesca amarezza, in un indottrinamento doloso, che ci ricorda i fasti di dittature passate, dove interi popoli hanno praticato i loro genocidi, irretiti da una propaganda che non faceva sconti a nessuno. Teste perse in un giro di giostra, piena di preconcetti come di cavallucci dorati, di frasi fatte, di giustificazioni per l’orrore.

Se nei morti si vede l’ineluttabilità della guerra, nell’indottrinamento cieco vediamo la vera malvagità del regime. Perché se c’è qualcosa di losco e truce, è nell’instillare convinzioni false, convinzioni che rendono i soldati dei robot con un programma da eseguire, un software che è quasi impossibile da cracckare e allora l’unica soluzione rimane uccidere.

A Berlino, gli ultimi eroi della macchina nazista furono i ragazzini della Hitler jugend. Bambini di 14, 15, 17 anni che lanciavano le molotov ai carri russi, che si facevano segare dalle mitragliate degli SVT 40. Nella guerra tra Iran e Iraq, erano i fanatici ragazzini seguaci dell’ayatollah Khomeyni e della repubblica islamica a fungere da carne da macello contro gli iracheni, piccoli soldatini inesperti e sacrificabili.

Oggi sono i coscritti di Putin, ragazzi di 20 anni infarciti di propaganda che fa vedere mostri come sotto l’effetto malevolo di un LSD pubblicitario. Questo è il male vero, più feroce della guerra, più tagliente delle schegge. 

È la verità che ci fa capire che non si scenderà a patti tanto presto, perché sono le coscienze sveglie che mettono in dubbio i dogmi, le menti ottuse e circuite non sono in grado di farlo, soprattutto se macchiate di sangue e assordate da bombe e pallottole.

Il quinto comandamento, di una religione che non pratico ma di cui posso condividere alcuni principi dice “non uccidere”. Fanno tenerezza queste parole. In duemila anni abbiamo ucciso, torturato, stuprato. Alcuni folli hanno seguito i principi della nonviolenza anche se non appartenevano alla loro religione, brevi intervalli in un mondo grondante sangue. Ghandi, Martin Luther King…esempi sporadici che confermano la regola del sangue.

E di sangue e di storie, purtroppo continueremo a nutrirci fino a che, forse, da qui a molti anni a venire, non riusciremo a guardare con rammarico e tristezza, un’epoca in cui i fratelli e le sorelle si ammazzavano tra loro. Il mondo sarà unito e in pace, avremo imparato il rispetto per la terra e per i nostri simili, avremo sguardi di pentimento verso tutti gli esseri viventi. E allora forse i folli non saranno più l’eccezione ma la regola. Un lavoro immane ma non impossibile. Un lavoro da cominciare domani gente. 

Khalil Gibran, il poeta libanese scrisse:

“Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola.”

Perché sulle nuvole siedono gli angeli, e forse questo è il duro percorso per diventarlo. 

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