Tyson, tra nostalgici ganci e montanti

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Ve lo rammentate Michael Gerard Tyson, nato il 30 giugno del 1966 sotto il segno di un rigurgito modulato ad uppercut sulla frignante pace di una nursery, campione del mondo dei pesi massimi, divo dei soprannomi che si sfidavano a guantone, da un “Iron Mike” al terrorizzante “The Baddest Man on the Planet” sino al deflagrante “Kid Dnamite”?

Beh, chi non se lo ricordasse sappia che “King Kong” si muoveva sul quadrante del ring come un bulldozer di ultimissima generazione, catapultandosi sull’avversario senza ombra di tregua, digrignando i denti e accorciando le distanze sino a una corta centimetratura che misurava grosso modo conchiglia sopra conchiglia, per poi scatenare infinite serie di ganci malavitosi e di montanti da asporto mascella, rimanendo incollato all’interno della guardia dello sfidante come un ascesso prima degli antibiotici.

La sua tecnica, definita dagli esperti peek-a-boo, era un condensato di estrema precisione e di rapidità di esecuzione, unita alla caratteristica di abnorme incassatore, una sorta di banca dagli utili che cominciavano a piovere già dal primo round.

A fine carriera, deflagrata nel ventennio 1980-1990, uno dei più temibili pugili di sempre, fighter of the year nel 1986 e nel 1988, iniziò una rapidissima parabola di vicende scadenti e discendenti, scivolando su una accusa di stupro alla propria babysitter che gli costò un significativo periodo di detenzione dove trovò comunque modo di convertirsi alI’Islam, senza per altro approdare alla spiaggia della meditazione e della riappacificazione con se stesso.

Turbolenza dopo turbolenza, la macchina da pugni si reinventò come arbitro di “cage fighting” che significa “lotta in gabbia” e come sparring di lusso, per resuscitare le proprie finanze in sedute di gregariato dove in genere gli sganassoni se li beccavano i titolari titolati rintronati.

Arrestato per guida sotto l’effetto della cocaina, ammise la sua travagliata dipendenza dalla sostanza evitando una pesantissima condanna attraverso un programma riabilitativo certo più impegnativo di dodici rounds mozzafiato.

E poi il terzo matrimonio, dopo la morte della figlia Exodus per soffocamento a causa di un incidente casalingo… santo cielo, quanti accadimenti mancherebbero ancora per garantire una mezza completezza al mosaico di una vita stramatta e stravissuta, grigliando i corsi del destino in mille modi…

Ma vorrei limitarmi alla coda di tre recentissime vicende per ribadire semplicemente che quando l’inusuale, il folle e l’eccentrico sono le dominanti di un’esistenza, non si scappa.

Gi ultimi mesi registrano la geniale trovata di Kid Dinamite che commercializza caramelle alla cannabis a forma di orecchio di Holyfield , antico avversario cannibalizzato in un incontro entrato nella epopea di un un morso mozzicalobo da squalifica immediata.

Qualche settimana dopo, giusto per non smarrire il senso della non misura, “Iron Mike” rilascia un’intervista da complottista seriale nel corso della trasmissione del negazionista Joe Rogan: “Squid Game esiste davvero. I ricchi rapiscono i senzatetto per poi dare loro la caccia“.

Resta il cameo di un paio di giorni fa, dove in un video “The Baddest Man”, apparentemente quieto su un aereo, si scompone all’improvviso, dentro una tempesta di oscura contrarietà, prendendo a cazzotti un suo probabile tifoso, forse petulante o forse semplicemente sfigato.

Sono pappafichi targati sequoia e mollati ad alta quota, certo sopra la cintura e fra coaguli di bonarie nuvole.

Alla prossima, vecchio imprevedibile fuori di testa: il totale non rispetto delle regole pare infonderti nuove energie per pianificare raffiche di ganci e montanti, appartenenti alla serie delle papagne che non finiscono mai.

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