Un uomo con un piano

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Ad un mese dall’invasione in Ucraina, la maggior parte dell’opinione si immagina una Russia in difficoltà, in procinto di crollare sia economicamente che politicamente. Nuovi sviluppi mostrano però il contrario e ci ricordano che Putin, l’uomo che ha tenuto saldamente in pugno il paese più vasto del pianeta per oltre 20 anni, dopotutto forse sa quello che fa.

Quella di spiegare i comportamenti di leader nemici con l’irrazionalità è un’abitudine molto umana. Stalin era paranoico, Napoleone aveva un complesso di inferiorità per via della sua altezza e così via. Stessa cosa accadde con i nemici “recenti”, come Ghaddafi in Libia o Saddam in Iraq. In questi casi, gli schiaccianti rapporti di potere in favore dell’occidente resero relativamente facile deporre i governi nemici – portandoci a non doverci mai porre domande sulle loro reali competenze, motivazioni e obbiettivi. 

Ma la Russia non è una giovane nazione araba di medie dimensioni. È un paese sterminato, molto popoloso, industrializzato e dotato di tecnologia moderna e esperienza geopolitica. Un paese che ha dovuto combattere tutto il mondo per secoli per il suo “posto al sole”, e che nel 2022 ancora mantiene tutto quel savoir faire politico, economico e militare. Se vogliamo limitare i danni, non possiamo più metterci le dita nelle orecchie e pensare a Putin soltanto come a un folle. 

Un primo indicatore ci viene fornito dal centro Levada, la più grande organizzazione statistica indipendente in Russia. I nostri media ci hanno bombardato con le immagini di massicce mobilitazioni di civili russi contro la guerra, ma secondo i dati Levada il tasso di approvazione di Putin è passato dal 71% registrato a Febbraio all’83% a Marzo. Non una sorpresa se consideriamo come la sensazione di essere “accerchiati” possa spingere la popolazione a raccogliersi intorno a leader e nazione, e che Putin è avvezzo a usare la guerra per crescere in popolarità: fece la stessa cosa durante il conflitto in Cecenia. 

Un secondo indicatore sta nel valore del rublo. Con il lancio della campagna militare e conseguenti sanzioni, il rublo era crollato fino a valere letteralmente meno delle valute fittizie usate in alcuni videogiochi. 

Nonostante questo crollo, ad oggi ci vogliono 83 rubli per comprare un dollaro americano. Prima della guerra, durante la “normalità”, ce ne volevano 76. In questo momento è la moneta più in crescita al mondo. 

Anche questa non dovrebbe essere una sorpresa, se siamo in grado di capire che Putin e gli uomini che gestiscono l’economia russa non sono degli sprovveduti. La Russia sa di poter fare leva sulle sue esportazioni energetiche per avvalorare il rublo, cosa che ha fatto imponendo a tutte le “nazioni nemiche” (che sono solo poi EU e NATO) di pagare il gas in Rubli. Verosimilmente l’Europa terrà duro e a pagarne lo scotto sarà la popolazione, ma per la maggior parte del mondo decidere semplicemente di pagare in rubli è una proposta del tutto ragionevole. 

È stato fatto un clamoroso errore di valutazione. Credere che sarebbe stato così facile soffocare un’economia come quella russa è ingenuo, così come lo è credere che avremmo semplicemente potuto abbandonare il mercato energetico russo. 

Con una popolazione unita, una moneta solida, il ricatto energetico e una situazione militare che sembra sempre più avere una resa condizionata come unica conclusione, Putin è riuscito a ritagliarsi una posizione di forza. Magari non sostenibile a lungo termine, ma abbastanza per poter sedere al tavolo dei negoziati come colui che detta le condizioni. 

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