Cari alpini, chiedere scusa non basta

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Il raduno degli alpini a Rimini, si è tenuto dal 5 all’8 maggio scorsi. Una ricorrenza che si tiene annualmente e che è arrivata alla sua 93esima edizione. Un avvenimento che si è trasformato in una sequela di indecenze e che ha svilito uno dei corpi più gloriosi delle forze armate italiane.

Noi svizzeri difficilmente lo capiamo l’amore per gli alpini, le nostre sono praticamente tutte truppe di montagna, vista la conformazione del territorio elvetico. Per l’Italia invece, variegata terra di pianure e colline, le truppe alpine sono un’élite spesso usata in guerra, dove ha dimostrato coraggio, onore e caparbietà. 

Una su tutte, la ritirata di Russia, dove gli alpini aprirono la strada agli altri corpi militari che fuggivano dai sovietici, rimanendo le uniche formazioni in grado di reagire e di essere offensive. Il comando russo, alla fine, rese onore agli alpini, definendoli l’unico corpo militare nemico ritenuto imbattuto.

Ma i fatti avvenuti a Rimini, durante questo 93esimo raduno, gettano un’ombra sul corpo degli alpini e su una serie di personaggi, soprattutto over 50, che hanno reso Rimini un inferno per decine di ragazze, spesso anche minorenni.

Sono centinaia infatti le denunce di donne molestate, palpeggiate e stalkerizzate da manipoli o da singoli partecipanti al raduno.

E se una penna sul cappello non fa di te un alpino, comportarsi così ti rende certo un farabutto.

Io, che un prozio alpino lo avevo e aveva anche fatto la campagna d’Africa, posso dire solo che era un galantuomo. Certo, era personaggio d’altri tempi, ma il rispetto per la donna, anche se in una visione maschilista e patriarcale, era assoluto o quasi. “una donna non si picchia neanche con un fiore”, soleva dire lo zio Ferruccio quando mi azzuffavo con mia sorella.

Ecco perché in fondo ho amato gli alpini: per vicinanza geografica (molti alpini sono lombardi, veneti e bergamaschi) e per amore dello Zio Ferruccio, che ricordo uomo tutto d’un pezzo, nonostante i capelli bianchi e le venuzze rosse sul naso.

Ed ecco perché sono, anche da svizzero, profondamente disgustato da un agire che è indegno anche per dei teppistelli all’oktoberfest. I racconti sono numerosi e vergognosi, al disgusto si mescolano spesso la paura se non il terrore. Cito dal Corriere della sera ( in un articolo di Alessandro Fulloni, inviato a Rimini):

“Mi hanno presa per un braccio, strattonata, insultata con sconcezze irriferibili… Erano in tre, tre alpini. È successo sabato pomeriggio tra la folla… Sono riuscita a divincolarmi in qualche modo e a scappare.”

“uno di quei vecchi, non lo definirei diversamente, si è avvicinato squadrandoci come se non avesse mai visto una donna”

“Accanto al nostro tavolo c’era una dozzina di alpini, tutti sopra i cinquant’anni. Ci guardavano con la bava alla bocca. Hanno chiesto di unirci “per una birra assieme”. Abbiamo detto no, loro hanno insistito. Al nostro ennesimo rifiuto, in quattro si sono alzati, sollevando la panchina e trascinandola verso di loro. Ridevano come fosse un gioco normale. Ero terrorizzata… Abbiamo gridato e ci hanno lasciato in pace ma solo dopo averci rivolto queste parole: “Voi tre donne dovreste fare più sesso”.”

“un settantenne si è avvicinato per dirmi che avevo “bellissime gambe” mimando poi un gesto osceno”.”

“Sabato sera stavo andando al lavoro a piedi, mangiando un gelato. A un tratto uno di questi alpini si è avvicinato facendomi cadere il cono. Un uomo accanto a lui ha fatto una smorfia disgustosa con la lingua… Pochi metri più avanti un altro gruppetto ha cercato di bloccarmi. Per liberarmi mi sono messa a correre”.

Le femministe di Rimini stanno nel frattempo raccogliendo questi racconti in un dossier e intanto partono le prime denunce contro ignoti. Senza voler accusare un intero corpo militare, che peraltro si è scusato parlando di “episodi di maleducazione”, ritengo che qualcosa di più vada fatto. 

Il giornalista di Fanpage, Saverio Tommasi, riassume però in poche righe il concetto di cosa significhi maleducazione a fronte della molestia, ed io mi trovo completamente d’accordo:

“ scrivere in un comunicato ufficiale che infilare le mani sotto le gonne di una ragazzina minorenne (ma potrebbe avere pure ottant’anni), è semplice maleducazione, è da complici e corresponsabili, e fa schifo quasi come un palpeggiamento, perché lo derubrica e gli conferisce un’area di sostanziale impunità. 

Cara Associazione nazionale alpini, mettetevelo in testa: palpare il culo, strattonare, torcere il collo per baciare qualcuna o qualcuno contro la sua volontà, si chiama VIOLENZA SESSUALE.

Maleducazione è se non dici “grazie” al casellante che ti dà il resto, toccare le parti intime di una donna è VIOLENZA SESSUALE.

Come del resto anche farle il verso della “cagna bau bau” mentre passa, si chiama VIOLENZA.”

Eh si cari alpini, la maleducazione è proprio un’altra cosa. E proprio per l’affetto che porto alle penne nere, sarebbe il caso di scusarsi seriamente, di fare ammenda e di cercare questi farabutti tra i vostri ranghi. Perché una compagine militare non vive solo di onori sul campo di battaglia, ma anche della dignità che sa creare in campo civile e in tempo di pace. Riabilitare il nome degli alpini cercando e segnalando le mele marce è un dovere che è figlio di quella vecchia guardia, come lo Zio Ferruccio, che le donne non le toccava nemmeno con un fiore.

Questo è l’onore degli alpini, che non troverete mai in fondo a un boccale di birra o in un bicchiere di grappa.

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