Chi era Shireen Abu Akleh

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Che non ci sia pace né giustizia in Palestina e dintorni, lo sappiamo da così tanto tempo che ormai non fa quasi più notizia. Forse perché ci si abitua a tutto o quasi. E quando i giornali o i mass media del mondo intero tornano a puntare i riflettori su quella realtà, purtroppo significa che è davvero successo qualcosa di grosso. Qualcosa che non si può tacere. E l’assassinio di un giornalista o di una giornalista lo è. Perché soffocare nel sangue la voce di chi ancora non si è stancato di chiamare le cose con il loro nome grida inevitabilmente vendetta. È il caso della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa dall’esercito israeliano. Un crimine che non può essere taciuto, sebbene in Occidente la sua morte sia quasi passata sotto silenzio.

Certo, l’uccisione di una “leggenda del giornalismo” qual era Shireen, è capitata in un momento in cui l’attenzione è quasi esclusivamente rivolta al conflitto in Ucraina, eppure a definirla leggenda è stata nientemeno che la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki e anche la portavoce della Camera Nancy Pelosi, esponente di spicco del partito democratico, ha subito chiesto l’apertura di un’indagine approfondita e obiettiva per assicurare alla giustizia i responsabili del suo brutale assassinio.

Perché Shireen Abu Akleh non era soltanto una navigata reporter di Al Jazeera, era anche una delle voci più apprezzate e autorevoli del Medio Oriente che aveva raccontato al mondo intero il conflitto arabo-israeliano fino a partire dalla seconda Intifada del 2000. E a ribadire la gravità di quanto è accaduto c’è stata proprio la presa di posizione di quella che viene considerata la CNN araba: “è chiaramente un omicidio, in violazione delle leggi e delle norme internazionali”, ha scritto Al Jazeera.

Un’uccisione commessa a sangue freddo a Jenin, in Cisgiordania, durante un raid israeliano nel campo profughi locale. La giornalista palestinese si trovava lì con altri colleghi per documentarlo. Proprio per via del pericolo che correva in quel momento Shireen indossava l’elmetto e un giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” ben visibile. Ma non è servito a granché. E uno dei cecchini israeliani schierati sui tetti, che non poteva non sapere ciò che stava per fare, l’uccisa.

 Ha mirato al collo, in un punto scoperto e vulnerabile, dopodiché ha aperto il fuoco. Il video dell’accaduto è agghiacciante. Così come lo sono le testimonianze di chi era lì con lei. Eppure, nelleprime ore dopo l’omicidio, l’esercito israeliano ha addirittura cercato di attribuire il gesto criminale ad alcuni militanti palestinesi presenti nell’area. Una versione poi smentita. Rimane però il fatto che sparare intenzionalmente a una giornalista significa soltanto una cosa: voler soffocare nel sangue la libertà d’informazione e il sacrosanto diritto a raccontare i fatti per come sono avvenuti. 

In un’epoca di algoritmi e disinformazione social, in cui la polarizzazione la fa da padrona, immobilizzando qualsiasi soluzione che possa nascere dal dialogo e dal compromesso, o peggio non fa altro che innescare guerre che s’inaspriscono e allargano le voragini fra chi sta da una parte e chi dall’altra, ecco che la morte di Shireen è il segno inequivocabile di una sconfitta collettiva. Inaccettabile per chiunque creda nel valore della democrazia e si faccia paladino dei diritti umani. Una sconfitta amara, amarissima. E beffarda, visto che Shireen, in lingua farsi, significa dolce, cioè l’esatto contrario.

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