Esistere per un solo, maledetto, attimo

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Ma cosa ti deve frullare nella testa, a 18 anni, per uccidere una decina di persone a fucilate solo perché di un altro colore? Cosa ha imparato, questo ragazzo nella sua vita, nella sua crescita, quali fantasmi si sono agitati e gonfiati fino ad avvelenare il suo spirito?

Questa è una sconfitta. Prima di tutto americana, di quell’America dove il possesso di armi e le sparatorie sono all’ordine del giorno. Poi degli adulti, incapaci di ascoltare il grido di dolore che viene inevitabilmente emesso, anche se a volte muto, da ragazzi come Payton Gendron, lo sparatore di Buffalo. Poi di una struttura sociale inadeguata a raccogliere i bisogni, troppo spesso, di ragazzi sbandati e senza punti di riferimento.

Aveva 18 anni Payton, l’autore della strage di Buffalo di sabato pomeriggio. Un’età in cui io facevo il cretino con gli amici al lago, perdevo tempo a giocare a Risiko nei pomeriggi piovosi, andavo in una scuola in cui mi piaceva andare e dove imparavo cose belle per il mio futuro.

Lui no, in 18 anni ha macinato rabbia e odio, cose che a quell’età non dovrebbero coesistere dentro te stesso. 

Non ci è dato sapere se il ragazzo è vissuto in quel clima, respirando giorno dopo giorno rabbia a frustrazione, che lo hanno avvelenato come monossido di carbonio senza che se ne rendesse conto, oppure se in qualche modo è finito in quei circoli, anche social, che incitano all’odio razziale.

Alla fine il problema è forse che ti senti così piccolo e misero da cercare forzatamente un’identità razziale, che ti costringe e vivere di rabbia e che ti ingrassa come il junk food dello store all’angolo. Allora prendi un Armalite Rifle 15 calibro 5,56, automatico e fai 320 chilometri per cercare il posto più denso di neri che riesci a trovare. 

L’ AR 15 è un’arma gloriosa e prodotta in decine di milioni di pezzi, è un po’ il nonno dell’M 16, reso tanto famoso dalla guerra del Vietnam. Un fucile “vecchiotto”, sempre che questo termine abbia un senso quando distribuisci morte come in una macabra comunione.

Un fucile ammazzanegri, deve aver pensato il ragazzo pieno d’odio come un boccale lo è di birra allo Sky bar di Franklin Street di Buffalo. Quelle birre dove la schiuma, come la rabbia trabocca e sporca il bancone. A sporcare per terra in quel supermarket della catena Tops nella cittadina Newyorkese, c’era però solo il sangue delle 10 vittime, sacrificate sull’altare del rancore suprematista.

L’ennesimo olocausto di una religione che idolatra non la pietà e la carità, ma il disprezzo e la ripugnanza. Una nota stridente: nel documento di oltre cento pagine stilato dal giovane, un riferimento a Luca Traini, lo sparatore di Macerata, evocato anche dal neozelandese Brenton Tarrant, insieme ad Anders Breivjk, colpevole della peggiore strage razziale nella storia dei kiwi. (leggi qui sotto)

un pantheon di assassini al quale assurgere come in una moderna resurrezione della carne, dove il massacro è il lasciapassare per l’eternità.

Payton, da copione, ha filmato tutto. Nella mente distorta di queste povere nullità, l’unica catarsi è la celebrità seguita all’eccidio, un modo di farsi ricordare. E non c’è nulla di meglio che i social per rendere virale un massacro. Di solito ad azioni così estreme segue un suicidio, il ragazzo ci ha provato ma forse poi non ne ha avuto il coraggio ed è stato arrestato. Davanti a lui ha sicuramente un ergastolo, visto che nello stato di New York la pena di morte è stata abolita nel 2007. Una vita sepolta che, colpe o meno va ad aggiungersi alla decina di fucilati del Tops.

10 vittime di un neonazista di periferia, di un giovane devastato dal rancore e solo come un cane, disposto a distruggere la sua vita per avere l’illusione di esistere per un solo, maledetto, attimo.

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