Flatulenze in RAI

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Tempo fa, Dania Mondini, una valente e collaudata conduttrice Rai del Tg1, aveva denunciato per stalking cinque giornalisti maschi dal profilo piuttosto prosaico e vendicativo,  a suo dire scorretti e malignazzi non poco : il gruppo di meschini guastatori – presumibilmente per vendetta trasversale o per oscura ritorsione o per il solito laido riflesso del vattelapesca – aveva tramato per favorire il trasloco dal suo ufficio confinandola nei pressi della scrivania di un collega vittima di una patologia da doppio soffio, configurabile nella sintomatologia delle flatulenze e delle eruttazioni.

Un soggetto problematico, insomma, curatore di notiziari afflitti da commenti a duplice versione, recto e verso.

Dalla denuncia era sortito un processino carico di irridenti allusioni, comunque durato qualche anno nel solco dell’italica tradizione amante dei rinvii e delle reiterazioni dei faldoni, sino a sommergere togati naviganti, difensori, accusatori, e pubblici ministeri.

Il piccolo caso pareva finito lì, nel pastrocchio di un accomodamento dove l’irruzione strumentale della “flatulenza” pareva avere sancito un nulla di fatto, dentro dispositivi zeppi di termini aerofoni labiali e avverbi cacofonici, vagamente chiapputi.

Il megamondo Rai, è cosa risaputa, vive di scorribande e di agguati repentini, in un sotterraneo conflitto fra donne e uomini, carrieristi all’arma bianca e sgambettatori da avanspettacolo, trombati relegati al mini pizzico dell’arpa e azzoppati rinchiusi nei tetri sgabuzzini dell’oblio. Un terrario da fare invidia alla RSI.

La guerriglia, perpetua e montante, trova quotidianamente nuova linfa nel radicamento impertinente della politica che adora ficcare il naso negli armadietti, scompaginando presunti equilibri e seminando dispetti.

“Quando ci sono di mezzo i partiti , un mezzobusto può durare giusto il tempo della montatura di un trambusto” sentenziava già mezzo secolo fa un garante dalla garanzia scaduta.

Tornando alla conduttrice Dania Mondini, è uscita la notizia della riapertura della sua vicenda, forse liquidata in maniera avventata dentro il ventoso accumulo di documentazioni e testimonianze varie.

La Procura generale ha riesumato la querelle, ritenendo che sussistano fondati elementi per rivalutare la gravità dei danni professionali e psicologici subiti dalla vessata, fra l’altro costretta a oscillare fra l’incudine e il martello, in una realtà aziendale discretamente ondivaga e ambigua.

Intanto fiorisce un nuovo neologismo inglese, anche se onestamente non se ne sentiva la pressante esigenza: quello del fart-shaming.

Questa vicenda non resterà una stralunata meteora nella casistica delle sentenze soprattutto per merito del non trascurabile afflato del meteorismo compulsivo e progressivo, una sorta di mefitico uragano spiazzante nel labirinto degli uffici Rai. 

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