Il giorno in cui il mondo finì

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4 maggio 1937, esattamente 85 anni fa. La Turchia è un paese relativamente giovane, nato solo pochi anni prima con la guerra di indipendenza turca in seguito al collasso dell’impero ottomano dopo la grande guerra. Alla sua guida c’è ancora Mustafa Kemal Atatürk – il padre dei turchi. Ricordato come maresciallo e fondatore della moderna repubblica turca, gli viene dato credito per aver varato una serie di riforme molto progressiste che hanno secolarizzato e industrializzato il paese. Ma quel 4 maggio si apre una pagina sporca nella sua storia, una macchia indelebile.

Quel 4 maggio, Atatürk firma l’ordine che sancirà l’inizio dei “massacri di Dersim”, che culmineranno nella morte di oltre 70’000 curdi aleviti. 

Solo tre anni prima, il governo turco aveva approvato la “legge sul reinsediamento”, inserita nel contesto delle politiche di “turchificazione” del paese. Ai tempi in Anatolia vivevano molte altre minoranze oltre ai turchi, e la nuova nazione di Atatürk doveva essere unita e omogenea. Non avrebbe commesso lo stesso errore fatto dagli ottomani, annettendo popolazioni ostili all’idea di essere governati da Istanbul.  No, dalle ceneri dell’impero Atatürk avrebbe fatto nascere una Turchia secolare, repubblicana e nazionalista. Una Turchia per i turchi.

L’ordine, proposto in segretezza dal Consiglio dei ministri ad Atatürk quel fatidico 4 maggio, contiene parole che, pochi anni dopo, risulteranno fin troppo familiari. Viene richiesta una “soluzione finale” per il problema delle comunità non-turche, e viene richiesto di autorizzare l’esercito a “Disarmare immediatamente qualunque uomo non di lingua turca che porti armi, sfrattarne le famiglie e incendiarne le case”.

Le principali vittime furono i 150’000 curdi aleviti facenti parte di una comunità autonoma proprio nella regione di Dersim. Presagendo il peggio già da diversi anni, i curdi della zona erano conosciuti per la loro strenua opposizione – talvolta con le armi – alle politiche nazionaliste e xenofobe del governo turco. Questa resistenza venne usata come pretesto per attuare la “soluzione finale” di cui sopra.

Atatürk stesso richiese alla Germania nazista (era il 37, ancora si era convinti che Hitler potesse essere un partner costruttivo e preferibile ai comunisti) assistenza militare sotto forma di oltre 20 tonnellate di armi chimiche e diversi aerei da combattimento. I nazisti non solo accettarono, ma si offrirono anche di inviare una liaison che potesse addestrare l’esercito turco all’utilizzo di queste nuove armi di sterminio. Alcuni rapporti riesumati da storici turchi confermano anche che vari comandanti turchi a Dersim richiesero “gas asfissiante e/o infiammabile per poter velocizzare le operazioni”.

I massacri vennero raccontati dalla stampa come mezzo per “disciplinare” una provincia turbolenta, un modo di parlarne che fece presa sui numerosi turchi desiderosi soltanto di stabilità dopo decadi di guerra. I turchi schierarono oltre 50’000 soldati e soffrirono a malapena un centinaio di perdite. I curdi, inferiori di numero 10 a 1 e male armati, si batterono con lo stesso coraggio e la stessa ferocia che il mondo ha potuto recentemente osservare a Kobane. Ma l’esito finale poteva essere solo uno.

Il 10 settembre, il leader politico e spirituale degli insorti curdi – tale Seyid Riza – si reca al governo della provincia di Erzincan in un disperato tentativo di negoziare una pace che possa almeno garantire la sopravvivenza del suo popolo. Viene arrestato, e impiccato un mese dopo assieme a sei suoi compagni. 

I curdi di Turchia si riferiscono al periodo con il termine “Tertelê”, il giorno in cui il mondo è finito. Il 23 novembre 2011 persino quel… poco di buono di Erdogan ha commemorato i massacri, chiamandolo “uno dei più tragici eventi nella nostra storia” e aggiungendo che nonostante all’epoca la stampa avesse giustificato le operazioni come semplice operazione disciplinare “si trattò di un’operazione attentamente pianificata”. 

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