Il titanico coraggio di chi ha già perso

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Con i soliti tre amici, buongustai della bicicletta sin da quando al cantore Gianni Brera piacque definirla un ” anti-cavallo”, me ne sono andato a centellinare un tappa del Giro d’Italia.

Il percorso, malignazzo quanto basta, prevedeva la partenza da Marano Lagunare per offrire fatica lungo tutta la bassa sino alle colline udinesi, moreniche e a tratti isteriche, nonostante il conforto delle ninne nanne degli incomparabili vigneti da cui i mungitori d’uva ricavano vini che inebriano il palato.

Da Cividale del Friuli ci  siamo infilati, dopo l’attraversamento di un tratto tutto curve dentro un bosco dantesco, sulla verticale della salita che fiata sfiatando verso il Santuario di Castelmonte, dove le candele dei primi arrivati avrebbero compiuto il loro pio segmento di consunzione quasi totale, nella stremante  attesa degli ultimi arrivati.

Già, i predestinati dello spago finito, i gregari dalla smorfia amara sulle labbra che graffiano aria fra una tornata e l’altra, non osando sbirciare verso l’alto per evitare di misurare quanto ancora sia lungo il supplizio che si stempera sotto lo striscione d’arrivo.

Ci eravamo posizionati su una curva, impulsivamente curvosa, forse per pacato sadismo o forse per  sviscerato rispetto nei confronti della fatica che ammazza: il drappello dei primi, scamellante come una vaporiera fra una penombra di abetaie,, già era transitato dentro la sua  nuvola di  torrentizio sudore e di polpacci tirati come fionde pronte a colpire il Golia della sfiancante ascesa.

Le consuete grida di incoraggiamento petulante e scontato “Pedala, pedala che ti risucchiano gli altri” , l’immancabile omone alterato che morde le selle porgendo borracce con la delicatezza di uno sbracciatore di anarchiche vanghe, il clown vestito da felpato coniglio già mezzo alla cacciatora, la disciplinata famiglia che applaude compostissima da un plaid senza una piega di troppo, il grigliaro zavorrato dalle dodici salamelle che hanno impestato persino gli abitacoli delle ammiraglie infestate dai clacson.

E poi il dinamitardo che lancia fumogeni rosa mentre arranca il gruppo sfilacciato, e ogni ciclista sembra un chicco del rosario dei misteri dolorosi.

Ma noi aspettiamo con apprensione gli “infimi”, i tenaci equilibristi che oscillano sul filo del fuori tempo massimo, i soggiogati dai crampi e dall’acido lattico che diventa, rampa dopo rampa, galattico.

Eccoli, un belga, un italiano e un ungherese: la pendenza si appiccica ai loro tubolari stanchi, vacillano, un poco barcollano, inarcano le spalle e si alzano sul sellino quasi volessero lievitare, tramutandosi finalmente in angeli.

Ballonzolando zigzagano come ballerini storditi, quasi strisciano da una carreggiata all’altra, sbandano, decelerano oltre i limiti del rallentamento, reagiscono mordicchiandosi le labbra, spalancano le bocche per raccattare una piccola ventata di ossigeno, sbarrano gli occhi e li socchiudono, osservandosi in tralice, compagni di iattura.

Il volto del belga è una maschera di cera abbrustolita, le gote dell’italiano avvampano e dalla fronte precipitano slavine di gocciolamenti dall’afrore quasi sonoro e la testa dell’ungherese pare volersi staccare dal tronco di un corpo quasi carpiato mentre  le sue mani stringono il manubrio, chiedendogli un perché senza plausibili risposte.

Li osserviamo in riverente silenzio perché un incoraggiamento potrebbe suonare come una beffa, un pernacchietto, una stupida irrisione, una irriguardosa canzonatura.

E vorremmo comunque intonare un inno di ammirazione, tessendo le gesta di titanico coraggio e di incrollabile dignità dei remoti di una carovana che gira, gira, gira.

Spariscono piano piano, in una sorta di convulsa moviola e manca un poeta che decida di dedicare versi di ringraziamento agli irrilevanti della cadenza che indugiano sempre più lontani, sempre più gamberi, sempre più arretranti.

Giganti che non abbandonano, nella palude di una non puntualità che diventa una sfumatura di fronte all’indomita determinazione di berciare il sentimento del ripiegamento. 

Al diavolo la bandiera bianca!

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