La Russia torna al Boršč e alla Lada

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 Il mercato di solito ci vede lungo. In un mondo ormai dominato dal capitale e dai suoi alfieri, i grandi gruppi del food e dell’abbigliamento, spesso le misure attuate da quest’ultimi sono più rivelatrici di tante dietrologie geopolitiche. McDonald lascia la Russia. Ci era entrata appena pochi mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, e anche lì il colosso dei panini statunitense era stato foriero di un cambiamento repentino e anche brutale verso l’economia di mercato. La follia di quei primi anni, creò poi gli Oligarchi che oggi è tanto di moda sanzionare. In un comunicato stampa l’azienda ha dichiarato:

“La crisi umanitaria causata dalla guerra in Ucraina e l’ambiente operativo imprevedibile che ne è derivato hanno portato McDonald’s a concludere che il mantenimento dell’attività in Russia non è più sostenibile, né coerente con i valori di McDonald’s”

Non scherziamo, McDonalds non ha valori. Se c’è un motivo dell’abbandono, questo è semplicemente relativo a difficoltà o impossibilità a fare business. Insomma, più danno a restare che ad andarsene.

McDonalds cerca un acquirente locale, che però, ovviamente, non potrà usare il brand o il marchandising del colosso del fast food americano. 62’000 dipendenti degli 850 ristoranti McDonalds, rischiano di restare a casa.

“Decisione difficile ma necessaria”, invece quello che ha dichiarato Renault, dopo la cessione allo stato russo delle sue attività. 

“il Cda della casa automobilistica ha approvato all’unanimità la firma di accordi per la vendita del 100% delle azioni del Gruppo Renault in Renault Russia alla città di Mosca e della sua partecipazione del 67,69% in Avtovaz al NAMI (Istituto Centrale per la Ricerca e lo Sviluppo di Automobili e Motori)”

È scritto in un altro comunicato, questa volta a voce del gruppo automobilistico. Facile prevedere che a breve, altre realtà commerciali abbandoneranno la Russia. E per quanto si odi il capitalismo, questi abbandoni sanno di decadenza e regressione.

Senza essere economisti è evidente che questo agire ricorda i proverbiali ratti che quando la nave affonda si affollano sulle gomene per sfuggire all’annegamento.

Solo un paio di mesi fa, McDonald, pur avendo chiuso i ristoranti, aveva confermato che intendeva mantenere i posti di lavoro a stipendio pieno. Due mesi fa, ma oggi e oggi. E se i pescecani della finanza sentono odore di bruciato, sono prontissimi a filarsela, con la stessa velocità con cui arrivano se sentono invece odore di ciccia.

La Russia non è l’Afghanistan. Se a un paese che ormai vive in guerra e nella povertà più nera da decenni si comminano delle sanzioni, quasi nessuno se ne accorge. Diverso è per la Russia che vede oggettivamente, forse più nei prossimi mesi, corrodere quella patina di benessere che aveva creato dopo il crollo del muro di Berlino, un benessere fugace e pur fonte di divisioni (come negli USA) ma che a ogni russo aveva regalato il maledetto miraggio del sogno americano o Russo in questo caso.

A prescindere dalla guerra, una cosa che oggi molti analisti confermano, è che la Russia era già un gigante in declino. Qualunque cosa succeda, è difficile che l’Orso russo si risollevi da un letargo che sembra avvicinarsi sempre di più. Le fughe di grandi gruppi, le chiusure, l’erosione finanziaria dovuta alla guerra, rischiano di esser la strada senza ritorno sulla quale Putin sta portando la sua gente.

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