Lugano Lato ₿

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Il 5 maggio 1789 Luigi XVI si vide costretto a convocare gli Stati Generali che nella sua idea ingenua dovevano servire per porre freno ad una devastante crisi economica. Crisi di lunga durata aggravata da politiche economiche spregiudicate, a volte fantasiose, altre forse troppo avanti coi tempi come quella proposta dallo scozzese John Law, 60 anni prima, di spazzare via la moneta metallica che significava oro vero e vero argento in favore di una moneta “virtuale” garantita dalla terra. Cosa significasse lo scoprirono amaramente i creditori del Re di Francia e decenni dopo anche il collo reale e di real consorte.

Questo preambolo dovrebbe suggerire ad ogni buon politico e ad ogni buon giornalista di osservare le manovre intorno alle criptovalute con occhio critico e scettico. Ciò che stiamo osservando, al contrario e non inaspettatamente, è di segno diametralmente opposto, poche domande, nessuna ricerca e l’entusiastica approvazione che qualcuno vada dai commercianti luganesi a chiedere di accettare pagamenti in criptovalute che nelle intenzioni dovrebbero diventare “monete a corso legale de facto nella Città.”

Va chiarito subito, le criptovalute non sono il male, salvo che non si tenti di spacciarle per qualcosa che non sono: moneta corrente. Le criptovalute sono investimenti speculativi ad alto rischio, puro gioco d’azzardo finanziario, valore puramente teorico. Il mercato delle criptovalute non è un mercato, è una giungla al di fuori del controllo dello stato e questo pone un problema, ad esempio ad un organismo pubblico che decida di accettare tasse pagate in criptovalute senza chiedersi da dove arrivi un valore che nessuno ha rendicontato, nessuno ha tassato, nessuno ha soppesato. Tutti questi scrupoli sono evaporati. Tutti felici e contenti, tessono le lodi di Lugano Plan ₿, un progetto che si pone come obbiettivo creare un centro di eccellenza per lo sviluppo delle tecnologie BlockChain e che permetta ai cittadini di poter pagare in criptovalute tasse e acquisti; progetto in collaborazione con la Franklin University Switzerland e la società Tether.

Google, 20 secondi e si apre un mondo.

Ora se facessi il giornalista un paio di domande le porrei ad una università che dichiara, 20 impiegati full-time e 29 impiegati part-time e 43 professori che offrono 38 corsi per 300 studenti (Fonte: la stessa università).

E se anche mi facessi andare bene questa università alternativa, il naso dovrebbe pizzicarmi a sentir parlare di Tether.

Chi è Tether?

Tether è due cose, da una parte è una criptovaluta, dall’altra è una azienda con sede ad Hong-Kong. Nota di colore; Tether è fondata e partecipata da un ex chirurgo plastico nato nel 1964 in Italia che pare abbia smesso di esercitare nel 1992, quando aveva 28 anni (fonte Il Giornale); il corso di studi in chirurgia, nudo e crudo, dura 11 anni, l’università comincia a 19 anni anche il giornalista meno avvezzo alle scienze matematiche dovrebbe cominciare a sentire puzza di bruciato, perchè 11+19 fa 30 e non 28.

Se il dato anagrafica/studentesco non dovesse impressionare, a far scattare una serie di allarmi anti-incendio dovrebbe essere la taglia da 1 milione di dollari che la Hindenburg Research, una società che si occupa di scoprire frodi e malversazione, ha promesso a chiunque porti informazioni che permettano di scoprire quali siano le reali riserve economiche della Tether. Riserve economiche che sono sotto la lente della giustizia statunitense perchè la criptovaluta emessa da Tether, non è esattamente una criptovaluta, ma una “stable” criptovaluta, ossia una criptovaluta che ha un valore stabile garantito da Tether. Questo è un punto cruciale, perché nel momento in cui io investo cento franchi in Bitcoin, mi assumo il rischio di perdere tutto, ma se io investo 100 franchi in una criptovaluta che ha un valore stabile, non sto più giocando d’azzardo, sto facendo un investimento di natura diversa. Se mi vendi bitcoin, mi vendi un biglietto della lotteria, se mi vendi Tether stai prendendo franchi per darmi qualcosa di stabile, dichiarato in rapporto 1 a 1 con il dollaro. 

Non è un caso che abbia creato turbamento l’ammissione della stessa Tether  di avere solo il 2.9% di moneta reale in cassa e il restante in “customer paper” a breve termine non garantito, quindi sostanzialmente cambiali che forse qualcuno pagherà (fonte: Cnbc). E se ancora non fosse abbastanza nel 2021 Tether ha patteggiato un divieto di operare nello stato di New York e una multa di 18,5 milioni di dollari per un ammanco di 850 milioni di dollari causato dai rapporti con la banca ombra panamense CryptoCapital. Ammanco nascosto grazie a false dichiarazioni e ad uno scambio fittizio di criptovalute tra Tether e altre due società Ifinex e Bitfinex che di Tether condividono soldi e manager, ma non Hong-Kong, perchè ovviamente queste new entry hanno sede nelle isole Vergini.

Google, 20 secondi, 20 cortissimi secondi e si apre un mondo di dubbi.

La materia è noiosa, francamente va molto oltre le mie competenze, ma non sono io che dovrei occuparmene. Dovrebbe essere la stampa ticinese, la politica “d’opposizione” ticinese a puntare i fari per illuminare le zone d’ombra. Dovrebbero essere loro a ricordare le parole di Roberto Saviano in merito ai movimenti di denaro di dubbia provenienza:

“L’Inghilterra ha le isole caraibiche. la Francia ha il Lussemburgo. La Spagna Andorra. L’Italia San Marino. L’Austria ha il Liechtenstein e tutti hanno la Svizzera.”

20 secondi, google.

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