Non parlerò di basket

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“Non parlerò di basket. Da quando abbiamo lasciato la sessione di allenamento, 19 bambini sono stati uccisi a 600 km da qui, e due insegnanti. Negli ultimi dieci giorni, anziani neri sono stati uccisi in un supermercato a Buffalo, fedeli asiatici sono stati uccisi nel sud della California e ora i bambini sono stati uccisi a scuola (…)

“…Quando faremo qualcosa? Sono stanco. Stanco di venire davanti a voi per porgere le mie condoglianze alle famiglie devastate. Ne ho avuto abbastanza. Giocheremo stasera. Ma voglio che ogni persona che ascolta pensi al proprio figlio o nipote, madre o padre, sorella o fratello. Come ti sentiresti se questo ti accadesse oggi?

Vi rendete conto che il 90% degli americani, indipendentemente dal loro orientamento politico, vuole un controllo criminale o psicologico sui singoli acquirenti di armi? Siamo tenuti in ostaggio da 50 senatori a Washington che si rifiutano persino di mettere ai voti questa misura, nonostante ciò che noi, il popolo americano, vogliamo. I senatori non vogliono votare questa cose per conservare il potere. Ricordatelo: antepongono il loro interesse alla vita dei nostri bambini…”

È provato, ha la voce rotta. Si percepiscono le profonde frustrazione e l’impotenza di fronte a fatti che ripetono se stessi all’infinito senza che si veda una via d’uscita. Lui è Stephen Douglas Kerr, allenatore dei Golden State Warriors. 

Kerr non è il classico allenatore in stile sergente Hartmann. Dopo la sua carriera di giocatore e cestista, è stato dirigente sportivo e commentatore televisivo, per la reti TNT e CBS. Poi la carriera di allenatore dal 2014 In un anno ha portato i Golden State Warriors ai playoff e alla vittoria del titolo NBA 2015 contro i Cleveland Cavaliers.

E forse se passi giorni, mesi, anni ad allenare e vedere crescere campioni che sono poco più che bambini, ragazzoni ingenui e pieni di talento, hai un occhio diverso e più umano. Il video della sua conferenza stampa ha fatto il giro del mondo. (guarda qui sotto)

https://www.today.com/news/news/texas-shooting-steve-kerr-press-conference-rcna30420

Lo ha fatto perché nel suo settore è uno celebre e perché ha il coraggio di dire, in un mondo di sponsor che tolgono sovvenzioni con grande facilità, quello che pensa.

Non credo che sia stata una cosa facile per lui. Ma è inevitabile capire, che c’è una fetta d’America che è stanca e arrabbiata per questo stato di cose, per questo far west infinito, fatto di killer fragili e disperati, di bambini ammazzati come cani, di razzismo suprematista che si nutre di odio alimentato da personaggi squallidi e crudeli.

Ecco che allora il gioco, quello in campo con la palla arancione, quello che ha aiutato tanti giovani a uscire dalle strade per calcare il linoleum delle palestre e toccare con mano i loro sogni, diventa l’antagonista dell’America tossica e ottusa che usa i mitragliatori al posto delle parole.

Un’America che si sta autodistruggendo con un sorriso idiota sulla faccia, lo stetson texano ben calcato sulla testa e un fucile automatico a tracolla. Gli altri, quelli come Steve, picchiano le mani sul tavolo, piangono, ma sanno già che troveranno sempre quel muro che in una distorta visione di democrazia, ritiene che le armi per tutti siano garanzia di sopravvivenza e difesa. Fino alla prossima strage, fino al prossimo adolescente con un buco pieno di fiamme nella testa, fino alle prossime immagini di sangue sul selciato. Allora il circo delle recriminazioni ricomincerà, ma non cambierà mai nulla. Fino alla superstrage, quella che non permetterà a nessuno di voltare la faccia e allora, forse, cambierà qualcosa, ma il prezzo sarà allora molto salato.

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