Quel sorriso e la gogna social

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La polemica che, ormai qualche settimana fa, ha investito il calciatore italiano Francesco Acerbi, difensore della Lazio e della nazionale azzurra, se all’apparenza poteva sembrare solo una questione di calcio e basta e quindi marginale per tutti coloro che di calcio non se ne fregano, in realtà ha a che fare con il clima forcaiolo alimentato dai social. Una questione irrisolta che ci trasciniamo da anni e che ha ormai plasmato indelebilmente il modello di società nella quale noi tutti viviamo. Un gesto, una parola oppure un sorriso, finiscono per essere la miccia, il detonatore in grado di far esplodere l’odio, il rancore social, innescando la conseguente valanga di merda che – in inglese – si dice shitstorm. Sì, perché il tasso di frustrazione e rabbia ha raggiunto un livello di guardia tale da essere quantomeno preoccupante.  

L’episodio dal quale tutto è iniziato è un episodio di gioco come tanti, in cui una serie di papere in difesa ha portato a un goal che non fa certo piacere a nessuno incassare. Ma la reazione di Acerbi a quella rete subita non è stata né l’incazzatura e neppure una faccia da funerale. È stata un sorriso. E allora apriti cielo. I tifosi della Lazio si sono scatenati immediatamente contro di lui non nuovo alla gogna mediatica e alle liti coi tifosi. Acerbi è uno fuori dagli schemi, uno che, per esempio, in passato ha combattuto e vinto un tumore e che da allora prega due volte al giorno. È l’esempio di come non per forza tutto ruoti attorno a un pallone.

Ma tutto questo qui non conta. Qui quel che va capito è perché un giocatore la cui squadra ha appena subito un goal abbia il coraggio di sorridere. Per cosa gioisce lo stronzo? È forse in combutta con gli avversari? Con il Milan? No. Il suo è soltanto uno sfogo che si cristallizza in una risata amara. È il frutto di quel ridere isterico che a monte non ha certo la felicità o la soddisfazione. Del resto è esattamente ciò che lo stesso difensore della Lazio ha subito ribadito in un post pubblicato su Facebook. Un post con il quale, nel bel mezzo dell’ennesima shitstorm, ha cercato di rimettere il campanile al centro del villaggio social.  

Ora basta – scrive Acerbi – Ho sempre dato tutto per questi colori e sono fiero di aver vinto i trofei con questa maglia. C’è stato qualche attrito, lo ripeto come ho già fatto, ho sbagliato e chiesto scusa. La risata di questa sera era isterica per aver perso i due punti in maniera rocambolesca e non perché ero felice di aver perso. Non vorrei nemmeno che un tifoso pensasse questo di me.” Una risata isterica che è stata pesata e ripesata. Vivisezionata. Come se in quella risata si potesse nascondere un segnale del peggiore dei tradimenti. Come se in quel mostrare i denti con le labbra a semicerchio di fosse un’espressione di menefreghismo o peggio di soddisfazione per la sconfitta. E eccoci esattamente al punto.

Questo ci costringono a fare i social, a doverci giustificare sempre e comunque di fronte a chi ci sta lanciando dei coltelli, a chi ci vuole male. Costretti a fare buon viso a cattivo gioco. Cercando di riaffiorare in superficie dopo essere stati scaraventati senza alcun preavviso in un lago di merda. Cercando di non soffocare. Di non soccombere. Ecco perché è fondamentale capire cosa accade nell’arena social, un campo di battaglia in cui o sei il gladiatore oppure carne da macello. Senza via di mezzo. Proprio come un calciatore su di un campo da calcio. Proprio come un Massimo Decimo Meridio che non può mostrare la propria frustrazione, non con un sorriso che qualcuno potrebbe subito spacciare per altro. Perché il mondo là fuori è malato, lo è al punto di negare la realtà stessa.

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