“Un altro corpo nero giustiziato dallo Stato”

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È il tweet di Ranata Souza, attivista brasiliana di colore, in seguito all’uccisione di Genivaldo Jesus Santos, 38 anni, soffocato nel bagagliaio dell’auto della polizia con un lacrimogeno.

Nello stesso giorno di due anni fa, il 25 maggio 2020, moriva George Floyd, e nel solco della sua memoria si agitano ancora oggi gli attivisti per i diritti civili e contro la violenza della polizia, che in certi stati americani ricorda più dei vigilantes ubriachi che dei tutori dell’ordine. (leggi qui sotto)

Un paese, il Brasile, che con la presidenza Bolsonaro ha trovato un nuovo alleato nel frenare le indagini su casi di corruzione, una piaga che crea uno sgretolamento del quadro giuridico-istituzionale e una pesante ingerenza negli organismi di contrasto al crimine.

Ma torniamo al povero Genivaldo, un uomo con problemi mentali che se ne stava tornando a casa in moto, con in tasca le sue pillole per l’epilessia. La polizia lo ferma, lo perquisisce, trova le pastiglie e pensa di avere fatto bingo: ecco la droga. Genivaldo si agita, urla quando lo ammanettano, cerca di spiegare. Intanto la folla si raduna e comincia a filmare, quei video inchioderanno gli agenti come per il caso Floyd. Gli agenti lo ficcano a metà nel bagagliaio, fuori dall’auto le gambe di Genivaldo si agitano, questo pazzo non si vuole calmare. E allora che fanno gli agenti? Gettano un lacrimogeno nel vano dell’auto. 

La gente grida agli agenti che così lo uccideranno. È una cosa ovvia anche a chi guarda, per questo le giustificazioni della polizia sull’omicidio risultano patetiche e prive di significato. Genivaldo muore soffocato in quel bagagliaio. Caricato poi in auto e portato all’ospedale dagli agenti, che ormai si rendono conto che qualcosa non va, non ci arriverà vivo.

“Il signor Santos era stato arrestato perché aveva resistito attivamente all’intervento degli agenti. A causa della sua aggressività sono state utilizzate tecniche di immobilizzazione e strumenti non offensivi”.

Recita il comunicato della polizia. Alla moglie di Genivaldo, accorsa subito sul luogo, dove aveva trovato il marito già dentro il bagagliaio, un agente della polizia stradale aveva risposto. “Sta meglio di noi, è ventilato lì dentro”.

Per i brasiliani, la paura della criminalità, presente e violenta in tutto il paese è seconda solo a quella della polizia che spesso, oggi come in passato, si macchia di esecuzioni sommarie. Genivaldo paga quel razzismo latente che accomuna il Brasile agli Stati Uniti, dove essere neri o poveri rende la vita molto più difficile e la possibilità di finire tra le grinfie degli agenti molto più probabile. Marielle Franco, attivista socialista per i diritti dei neri e contro il razzismo, viene uccisa nel 2018 in un agguato. Le indagini appurano che i colpi sono stati acquistati dalla polizia di Brasilia, le indagini scoprono che altre 17 persone sono morte sotto i colpi dei medesimi proiettili. Marielle per anni aveva denunciato le forze di polizia organizzate militarmente e le sue attività clandestine. Nel 2014, aveva anche scritto la sua tesi di master sullo stesso argomento. Al suo funerale si presenteranno in migliaia. (guarda il video)

Bolsonaro nel frattempo si congratula coi suoi “guerrieri”, per un raid in una favela che ieri ha fatto 25 morti. Un’ecatombe di sangue, che fa sembrare la polizia brasiliana più simile ai volontari di Chivington famosi per il triste e vergognosa massacro di Sand Kreek, piuttosto che a tutori dell’ordine. (leggi qui sotto)

L’opinione pubblica brasiliana è indignata, per una violenza congenita, che in fondo fa tristemente parte di questa terra, che come gli States è cresciuta tra sparatorie, prepotenze, ingiustizie e sangue. 

Ad accomunare i due paesi più grandi del continente americano, l’incapacità di gestire la criminalità e di conseguenza anche di chi deve gestirla, due bande opposte di persone violente, disposte prima a sparare che a chiedere delucidazioni.

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